Abbiamo scelto una madrina fuori dagli schemi, una che fa miracoli da 2000 anni e mette sull’attenti i papi, per iniziare – oggi 8 dicembre – l’avventura di “Fattucchiere”.

La troverete intervistata qui sotto, a raccontarci come, anche per lei, la conciliazione non è stata uno scherzo, specie quando hai un figlio da giovanissima e non proprio in condizioni ortodosse. Duemila anni dopo, le condizioni delle donne italiane non sono poi così cambiate: i figli unici sono la maggioranza, perché averne più d’uno può essere un lusso e le culle non sono mai state così vuote. Una donna su due non lavora, una su quattro torna a casa dopo il parto, e la causa sta soprattutto nei nuovi lavori: intermittenti, flessibili, mal retribuiti, più per le donne che per gli uomini.

Allora come ieri, gli asili nido non ci sono (entra un bambino su dieci), mentre antichi stereotipi resistono, come quello per cui la mamma è sempre insostituibile e non vale la pena che lavori se il suo stipendio copre appena la spesa di colf e babysitter. In questo spazio parleremo di problemi concreti ma anche concreti cliché, perché siamo convinti che se il welfare manca è perché manca, anche, una cultura del welfare.

fattucchiere

Perché chiamarci fattucchiere? Anzitutto, perché è sulle pagine del “Fatto” che interveniamo. E poi perché siamo persuase che, nel paese in cui la sinistra ha lasciato i temi della famiglia alla retorica ipocrita della destra, non basti la buona volontà. Meglio puntare sulla magia, anzi, sulla collaborazione tra magia bianca e magia nera, tra sante e streghe. Insieme agli uomini, certo, che siano santi o non proprio stinchi di santo non importa: purché convinti che quello dove ancora si crede, per esempio, che le donne le puoi pagare di meno, tanto si accontentano, o che a sessant’anni una donna è vecchia e un uomo vive la sua seconda giovinezza non è, proprio no, un paese civile.

“Essere madri e lavorare: ci vuole un miracolo“
di Lia Celi

Elegantissima in un mantello di Dior, è sempre l’adolescente piena di grazia che faceva voltare gli arcangeli. “Per piacere non mi chiami Madre di Dio, Immacolata, nomi da clinica o da carcere. E nemmeno Madonna, ho ceduto il copyright alla Ciccone. Solo Maria Nazarena. Senza allusioni al Patto”. Una teen-mom arrivata a un ruolo apicale in un’istituzione, il Cristianesimo, tradizionalmente ostile alle donne. “Macché istituzione. All’inizio era… come si dice? Una startup. Poi è arrivato quel sessista di Paolo e ha mandato tutte a casa tranne me. Ma per nessuna divinità femminile è stato facile conciliare maternità e carriera. Hera, Demetra e Afrodite: un figlio solo. Atena e Artemide zero. E non sono mai arrivate ai vertici dell’Olimpo”.

Anche in Paradiso esiste il soffitto di cristallo?
“È più facile essere vergine e madre che madre e amministratore delegato”.

La maternità è stata un handicap?
“Senza quel figlio speciale non sarei arrivata dove sono. Ma se sono ancora lì è per le mie capacità: empatia, intuizione, ascolto”.

La bellezza non l’ha aiutata?

“Ce n’erano di più belle di me, ma io ho inventato uno stile, come Coco Chanel. Il resto l’hanno fatto i pittori”.

Cosa ne pensa di nozze gay e fecondazione assistita?

“Senta, mio figlio è nato con l’eterologa da una colomba, portava gonna e capelli lunghi e conviveva con dodici uomini. Piuttosto vorrei fermare il femminicidio. Quante sante martiri mi hanno rivelato di essere state uccise non dai pagani, ma dagli ex!”.

Il tempo scorre, Maria guarda il suo iPhone 12c. Grazie a WhatsApparition può manifestarsi ovunque, ma su Twitter e Facebook no “perché quando una si è fatta ritrarre da Raffaello, il selfie é un autogol”.
Prima di salutarci ci fa gli auguri: “Forza Fattucchiere, sono con voi. Anzi, sapete, vado da papa Francesco e gli propongo un inserto femminile nel Vangelo. È il momento giusto”.

@LeFattucchiere

Il Fatto Quotidiano, Lunedì 8 dicembre 2014