Il cinema di Frank Capra o Billy Wilder, i romanzi di Dickens e i fumetti di Walt Disney nell’opera del pittore e illustratore newyorkese Norman Rockwell (1894-1978), in mostra per la prima volta in Italia con “American Chronicles: The Art of Norman Rockwell” fino all’8 febbraio 2015 a Palazzo Sciarra, a Roma.
Una retrospettiva sul percorso creativo dell’autore, curata da Stephanie Plunkett, Chief Curator del Norman Rockwell Museum, e Danilo Eccher, direttore della GAM di Torino, che esplora l’intero pianeta Rockwell in un viaggio alla scoperta di più di cento opere tra dipinti, documenti e fotografie articolato in 5 sezioni. Cuore della mostra sono le 323 copertine originali, srotolate come una pellicola cinematografica, realizzate per il magazine statunitense “The Saturday Evening Post” dal 1916 al 1963 che costituiscono un vero e proprio autoritratto dell’America: dalla prima trasvolata atlantica di Charles Lindbergh al crollo della borsa del 1929, dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale al ritorno dei soldati dal fronte. Una collaborazione durata quasi 50 anni dalla prima celebre copertina – pubblicata sulla rivista il 20 maggio del 1916 in cui l’artista illustrò un bambino con una carrozzina – fino al 1963, quando lasciò il SEP per vicende legate al drammatico assassinio di John Fitzgerald Kennedy per approdare alla rivista “Look”, dove lavorò intensamente per 10 anni documentando i temi più caldi dell’epoca: i diritti civili, il dramma dell’apartheid, la lotta alla povertà, la guerra del Vietnam, la conquista dello spazio.

“L’artista della gente”, questo l’appellativo dato a Rockwell per la sua capacità di osservare e narrare acutamente la società statunitense

Nelle copertine, dunque, c’è la storia dell’America raccontata attraverso uno sguardo scanzonato, positivo, quotidiano grazie al quale ha immaginato personaggi rassicuranti, fiduciosi, familiari, immersi nelle campagne o nei piccoli centri urbani, quei luoghi che rivelano l’America vera contro il mondo patinato delle metropoli.
L’artista della gente”, questo l’appellativo dato a Rockwell per la sua capacità di osservare e narrare acutamente la società statunitense. Protagonisti assoluti della sua arte, infatti, sono la famiglia, potente metafora dell’unità e del crescere assieme con le sue grandi gioie e le piccole conquiste quotidiane, e i bambini, vivaci e indisciplinati, spavaldi e sani, simbolo dello stile e del benessere americano, ma soprattutto del futuro e dello sviluppo, soggetti che raffigurò sempre con un realismo carico di poesia. La rassegna romana è promossa dalla Fondazione Roma e organizzata dal Norman Rockwell Museum di Stockbridge, Massachusetts, e dalla Fondazione Roma-Arte-Musei, in collaborazione con la Fondazione NY e la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma.

Protagonisti assoluti della sua arte, infatti, sono la famiglia, potente metafora dell’unità e del crescere assieme con le sue grandi gioie e le piccole conquiste quotidiane

Tra gli artisti più rappresentativi del Novecento americano, Rockwell ha saputo descrivere gli elementi fondanti della sua nazione, o meglio, di quella che sognava: l’ottimismo, la semplicità, l’orgoglio, con scene dal taglio fotografico come finestre aperte sul mondo da cui l’autore stesso si affacciava per scrutare, riflettere e trarre le sue conclusioni poi trasposte nei dipinti. Dopo l’America dei sogni e dei miti, però, arriva l’America delle difficoltà con due denunce: tra gli ultimi quadri dell’esposizione “The problem we all live with” del 1963 contro il razzismo nell’immagine della bambina nera scortata dagli agenti mentre va a scuola, e “Murder in Mississippi” del 1965, denuncia della brutalità dell’assassinio di tre attivisti per i diritti civili. La sua osservazione della realtà si fa cronaca, storia e infine mito, quel mito a stelle e strisce che va ben oltre il confine degli Stati Uniti.