Lo so. Pare succeda anche in molti altri paesi. Fatevi un giro su You Tube e ne vedrete di tutti colori. Ma non so, vederlo qui in Giappone mi ha fatto davvero impressione. Non me l’aspettavo. Soprattutto, non mi aspettavo un sistema così diffuso e organizzato. Di cosa parlo? Delle camere a gas per cani e gatti.

Ci sono stato, le ho viste, ho sentito le urla – perché quei poveracci non guaivano o miagolavano, urlavano e piangevano come esseri umani. E poi quel silenzio breve ma interminabile, interrotto dall’apertura automatica dei cancelli, delle porte, dal rumore dei carrelli su cui vengono caricati i cadaveri per essere infine cremati. Qualcuno sospetta che in qualche caso finiscano invece in enormi frullatori, che li trasformano in mangime. Per i polli, pensate un po. Ma non è questo il punto.

Il punto è: come fa un paese “buddista” a permettere una cosa del genere? O meglio: come fa un paese che si considera civile? Devo dire che non ne ero a conoscenza, anche se mi sono sempre chiesto perché non si vedano mai gatti e cani randagi, in giro per la strada, a Tokyo e nelle altre grandi città. Poi è successo qualcosa che mi ha dato l’occasione di andare a fondo.

Da un paio di settimane in Giappone è scoppiato lo scandalo dei cuccioli abbandonati. O meglio, uccisi. In una boscaglia di Tochigi, periferia di Tokyo, ne hanno trovati prima 5, poi altri dieci. Alla fine pare siano oltre un centinaio. Apriti cielo. Dopo la vedova nera, una signora di 70 anni accusata di aver ucciso, uno dopo l’altro, ben 5 su 7 sette ex mariti o amanti, una discarica di cuccioli massacrati e poi abbandonati a marcire all’aria aperta è qualcosa che il Giappone non può permettersi.

Fortunatamente la polizia ha impiegato poco ad individuare il responsabile. Trattasi di uno (o più di uno, non si è ancora capito bene) allevatore di cagnolini di razza (in Giappone, tranne rarissime eccezioni, si vendono esclusivamente cani di taglia piccola o minuscola: potete facilmente immaginare il perché) che essendo di recente cambiata la legge sulla “gestione” degli animali domestici, non ha trovato di meglio che assoldare un paio di persone senza scrupoli per sbarazzarsi degli “avanzi”. Proprio così: i cuccioli invenduti (in genere oltre i tre mesi) li chiamano così, nokorimono, “avanzi”, lo stesso termine che a suo tempo si usava comunemente per indicare le donne sopra i 30 anni non sposate.

Ho avuto già modo di parlare su questa rubrica del “boom” degli animali domestici in Giappone. Oramai sono quasi il doppio dei bambini e continuano ad aumentare. I negozi che vendono cani e gatti sono sempre pieni e spesso è difficile distinguere tra miagolii, guaiti e gridolini isterici delle ragazzine che dicono “kawaii”, “kawaii” (che carini, che carini). Spesso sono un tutt’uno. Da fuori, sembra che le cose siano fatte perbenino. Pensate: alcuni negozi offrono persino il periodo di prova. Prendi il cucciolo “in prova” per qualche giorno. Se la cosa funziona torni in negozio e formalizzi l’acquisto, altrimenti lo restituisci. Chissà cosa ne pensa il cucciolo, ma così è la (loro) vita. Del resto a Tokyo ci sono anche i “Rent a pet”, gli affittacuccioli. Li puoi scegliere e prenotare on line, e li puoi affittare a ore, week end o settimane.

Tutto questo perché da quando è entrata in vigore due anni una nuova legge che tutela la dignità degli animali e punisce il loro maltrattamento, acquistare un animale domestico è diventata una decisione seria. Il negoziante deve registrare immediatamente nome, cognome e indirizzo, devi iscriverti in uno speciale registro comunale e firmare un documento in cui ti impegni ad “aver cura” dell’animale per sempre. Una parola.

I giapponesi sono gente seria, di parola. Ma possono succedere tante cose. I bambini che crescono, un’allergia che sbuca all’improvviso, I genitori che si separano. Che si fa? Un tempo si chiamava l’aigo center del comune, il centro specializzato che si prende “cura” degli animali in “esubero”. Nel senso che li uccide. Il padrone doveva solo pagare un balzello, dai 20 ai 30 euro circa, a seconda della grandezza. Al resto pensava – e pensa – il comune. Succede ancora, perché anche se la legge ora prevede la possibilità per il comune di rifiutare la prestazione, e comunque di verificare l’effettiva necessità della famiglia.