È bella, sexy, simpatica, intelligente, si chiama Sophie ed è stata creata da un uomo. Uno scrittore, nella fattispecie, essendo Sophie la protagonista dell’ultimo, divertentissimo romanzo di Nick Hornby: Funny Girl (Guanda).
Un titolo perfetto per una delle prove più riuscite dell’autore di Febbre a 90’ e Alta fedeltà. Il ritratto amoroso e rispettoso di una donna degli anni Sessanta e della sua ricerca, nonché conquista, della felicità.

Un romanzo felice, insomma, come happy furono quegli anni, soprattutto nella Swinging London dove si affacciavano i Beatles e le minigonne, i capelli lunghi e, sì, anche un nuovo modo di fare televisione. E qui spunta la seconda grande protagonista del romanzo: la BBC, costretta allora a rinnovarsi per non perire, dunque a introdurre nuovi modelli (di donne, coppie, comportamenti, linguaggio, abbigliamenti) nelle polverose sit-com serali. Una palestra per talenti che si sarebbero espressi poi prepotentemente al cinema (un nome su tutti: Ken Loach), il luogo, per dirla con Stephen Frears, “dove lavoravano le menti più brillanti in circolazione”.

Nel romanzo, la rivoluzione parte da Sophie, fuggita a Londra dalla natìa Blackpool con l’intento e la determinazione di fare l’attrice comica, sulla scia del suo idolo Lucille Ball. E già la fuga ha del rivoluzionario, perché la nostra eroina, che all’epoca ancora si chiama Barbara, si sfila dalla testa la corona di miss Blackpool e cede lo scettro alla seconda arrivata preferendo la singletudine e il salto nel buio della metropoli alla certezza di comparsate ai grandi magazzini condite dal matrimonio con un compaesano.

Ai grandi magazzini Barbara comunque ci finisce, seppure nei panni di commessa. Ma per poco, giusto il tempo di incappare fortuitamente in un produttore che vorrebbe lanciarla come sex symbol, mentre lei, testarda, vuole recitare e per di più nel ruolo più difficile: quello di attrice comica. Naturalmente ci riuscirà, diventando una stella, appunto, della BBC. Ma non è solo sulla sua ascesa che si snoda il romanzo, bensì sul mondo che gravita attorno a Sophie Straw (questo è diventato nel frattempo il suo nome d’arte) e alla sit-com Barbara (e Jim) (in un folle gioco di rimandi, la protagonista della commedia televisiva si chiama con il vero nome di Sophie e viene dalla sua stessa cittadina): autori, attori, produttori, giornalisti. Ma anche luoghi, ristoranti, locali, artisti, canzoni. Il tutto illustrato anche da fotografie d’epoca, rigorosamente in bianco e nero.

Nella sit-com Barbara (e Jim) si respira, fin dal titolo, l‘aria dei tempi, essendo la donna il primo motore della rivoluzione dei costumi, lei che prende la pillola e accorcia le gonne, non come atto di seduzione ma di libertà. Negli studi della BBC la famiglia formata dagli attori cresce con le aspirazioni, i problemi, le mode dei tempi. Nella vita reale, le vicende dei personaggi s’intrecciano con quelle dei commedianti portando alla luce incertezze sessuali, protervie intellettuali – e qui Hornby dà il meglio di sé prendendo in giro la categoria -, amori e disamori.

Hornby è troppo intelligente per consegnarci un ritratto solo nostalgico dei bei tempi e della bella tv andati, e in un raffinato gioco al massacro affida proprio al personaggio più odioso, l’intellettuale arrogante e spocchioso, il ruolo di Cassandra sul futuro della tv, cioè sul nostro presente televisivo: “Come sarà fra dieci anni, fra cinquant’anni? Voi avete già cominciato a fare battute sui gabinetti e cose del genere. Quanto ci vorrà perché decidiate che non c’è nulla di male nel mostrare uno che caga, fintanto che nel pubblico c’è una iena pronta a ridere a crepapelle?”. “Io credo che nessuno voglia vedere uno che caga” ribatte Dennis, uno degli autori. “Non ancora. Ma verrà il giorno, te lo dico io. Si sente nell’aria”. “Tu credi che Barbara (e Jim) stia accelerando l’arrivo di un programma intitolato Trenta minuti sulla tazza del cesso?”. “Io non lo credo, lo so, ragazzo mio”.