Giulio Questi si era appena goduto il caloroso abbraccio del 32esimo Torino Film Festival, che l’aveva glorificato con la riproposizione di tutti i suoi lungometraggi. Partigiano, regista di culto e infine scrittore, Questi, bergamasco, è deceduto nel sonno a 90 anni la scorsa notte. Non avvezzo ai troppe chiacchiere e dibattiti, ha sempre parlato poco della sua surreale, rigorosa e politica parabola cinematografica, rimasta oltretutto attiva in forma traumaticamente ed efficacemente sperimentale nei sette cortometraggi horror/fantasy del 2008 (Doctor Schizo e Mister Phrenic; Lettura da Salamanca; Tatatatango; Mysterium Noctis; Repressione in città; Vacanze con Alice; Visitors).

Artista capace perfino di raccontarsi e raccontare un tema delicatissimo come la Resistenza italiana in “Uomini e Comandanti” (Einaudi) uscito lo scorso aprile attraverso 15 racconti fulminanti per la demitizzazione della lotta armata, fatta di echi avventurosi e grotteschi, impellenze alimentari e sessuali, senza però mai perdere la bussola della partigianeria antifascista. Parlava di Resistenza, del resto, anche Se sei vivo spara (1967) spaghetti western cult, violento e censurato, aiuto regia Gianni Amelio, set improvvisato in un cantiere alla periferia di Madrid sotto il regime di Franco. Film amato da Tarantino e citato in Kill Bill 2 con la sequenza della resurrezione di Uma Thurman: “In quel film ho raccontato la Resistenza come l’ho vissuta”, ha ripetuto nel ripresentare il film a Torino pochi giorni fa, “I banditi di Sorrow sono vestiti di nero perché sono fascisti. Gli indiani e gli altri poveracci sono i partigiani”.

Questi dopo la Resistenza in prima linea, tra arresti e rappresaglie nazifasciste, inizia a fare cinema. A Roma diventa aiuto di Rosi e Zurlini, interpreta il principe Mascalchi ne La Dolce vita di Fellini, poi la cosiddetta trilogia di lunghi, scritta in coppia con il partigiano Franco Arcalli: Se sei vivo spara, La morte ha fatto l’uovo (1968) e Arcana (1972).

Pellicole spesso introvabili se non tagliuzzate delle scene più cruente e scabrose che però chiudono subito una carriera d’autore che Questi recupera nel 2008 con i corti tutti in digitale. Il suo nome rimarrà legato anche alla censura dell’epoca che ritoccò pesantemente i suoi film usciti in sala, soprattutto quel Nudi per vivere, opera ad episodi uscita nel ’63, della quale Questi ha sempre ricordato un aneddoto curioso: “L’argomento era i locali notturni di Parigi. Il produttore era il suocero di Elio Petri, ne parlai con Elio e con Giuliano Montaldo vista l’amicizia che in quel periodo ci legava e decidemmo di farlo noi tre firmandolo Elio Montesti, fondendo i nostri tre nomi”. Il film uscì, ma il produttore finì sotto processo per ragioni di moralità e la pellicola subì il fermo giudiziario: “Il suocero di Petri chiamò a testimoniare della sua moralità perfino Fellini, ma non ci fu nulla da fare: venne condannato a due mesi e il negativo fu distrutto”.