Il medico, nel considerare l’ambiente di vita e di lavoro e i livelli di istruzione e di equità sociale quali determinanti fondamentali della salute individuale e collettiva, collabora all’attuazione di idonee politiche educative, di prevenzione e di contrasto alle disuguaglianze alla salute e promuove l’adozione di stili di vita salubri, informando sui principali fattori di rischio. Il medico, sulla base delle conoscenze disponibili, si adopera per una pertinente comunicazione sull’esposizione e sulla vulnerabilità a fattori di rischio ambientale e favorisce un utilizzo appropriato delle risorse naturali, per un ecosistema equilibrato e vivibile anche dalle future generazioni.

Così afferma il codice di deontologia medica al suo articolo 5, titolato in maniera inequivoca “Promozione della salute, ambiente e salute globale”.

Sono principi alti, nobili e socialmente vitali. Se non fosse che faticano ancora non poco ad affermarsi nella pratica professionale, ma prima ancora “nell’immaginario” di tanti medici, anche e soprattutto a causa di ritardi e lacune “di sistema” in tal senso. Ritardi e lacune che iniziano dai percorsi universitari e proseguono in quelli di formazione e aggiornamento, con le ovvie ricadute sulla quotidiana attività di cura, a quanto denunciano alcuni degli stessi medici più impegnati nel concreto perseguimento di quelle fondamentali “politiche di prevenzione” e di quella “pertinente comunicazione” sui rapporti, sempre più inscindibili, nel bene e, soprattutto, nel male, tra ambiente e salute.

Ma qualcosa sta cambiando anche in quest’ambito nevralgico per la tutela dell’ambiente e della salute pubblica. Anzitutto, anche nella classe medica, come in ogni aggregato sociale, vi sono le “avanguardie”. Come quel gruppo di medici appartenenti all’Associazione Medici per l’Ambiente (Isde) che ha pubblicato, di recente, un accurato documento sui cospicui rischi per l’ambiente e la salute insiti in una serie di provvedimenti normativi, trasversali rispetto agli ultimi due governi (ma si potrebbe risalire ancora più indietro nel tempo), che rientrano nella immaginifica “serie Italia” (“Destinazione Italia”, “Sblocca Italia”…).

Documento dalla straordinaria valenza didattica sulla scissione “sistemica”, in ambito di diritto all’ambiente salubre, tra la poesia degli annunci e la prosa dei concreti provvedimenti normativi e delle azioni di governo. Ma, ed è questa la novità più significativa, non ci sono solo le avanguardie, ormai, in campo medico a occuparsi di salute e ambiente.

Ci sono gli organismi di rappresentanza della categoria a livello nazionale, come la Fnomceo che, d’intesa con associazioni benemerite come la già citata Isde, danno vita a utilissimi progetti pilota come quella dei “medici sentinella”, per creare un ponte tra la medicina che cura, quella del territorio, e quella che studia e ricerca le cause delle malattie affinché “chi di dovere”, poi, le rimuova; sul presupposto, solennemente affermato, che i medici devono “fare rete, squadra, anche con le Istituzioni, non solo per ‘riparare’ quando il guasto è stato fatto, curando le malattie, ma per fare prevenzione.”

Oppure, ci sono Ordini territoriali, come quello di Brindisi, che organizzano convegni di portata nazionale aventi a oggetto temi come le criticità in epidemiologia e legislazione in materia di ambiente e salute.

E fanno questo – elemento oltremodo significativo – con la collaborazione del locale Ordine di un’altra categoria professionale, come quella forense, che, nel rispetto delle proprie specifiche competenze, potrebbe e dovrebbe avere un ruolo civile di promozione delle “idonee politiche educative, di prevenzione e di contrasto alle disuguaglianze alla salute” altrettanto pregnante rispetto a quello che si sono assunti i medici nel loro codice deontologico.

Sono segnali ancora piccoli, specie a fronte dei ricordati “ritardi” (per dirla in maniera eufemistica) dei decisori di governo.

Ma, lasciano sperare che qualcuno, ai vertici delle professioni, si ricordi ancora lo stesso concetto di classe dirigente: il fare, come diceva un grande intellettuale azionista, Manlio Rossi Doria, “la politica del mestiere”. Per provare ad arginare l’esondazione nefasta di quelli che sanno fare e fanno solo il mestiere della politica.