Ieri il programma alimentare mondiale (Wfp) ha confermato di aver sospeso gli aiuti alimentari a 1,7 milioni di profughi siriani in Giordania, Libano, Turchia, Egitto e Iraq a causa della mancanza di finanziamenti. L’agenzia delle Nazioni Unite ha dichiarato di aver bisogno di 64 milioni di dollari e dice che “senza voucher alimentari, molte famiglie rischiano di morire di fame. Con l’arrivo dell’inverno, per molti profughi la fine di questi aiuti avrà conseguenze devastanti”. In poche parole l’Onu non ha più soldi per dare da mangiare ai profughi siriani che fuggono da una delle peggiori guerre civili degli ultimi decenni. I profughi siriani si trovano così con la guerra civile alle spalle e con la fame all’orizzonte. Chiusi tra reticolati e frontiere senza possibilità alcuna di veder accolta la loro richiesta d’asilo in un paese sicuro. A meno che ovviamente, non intraprendano la rischiosissima rotta del mare per loro non c’è nessun corridoio umanitario.

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In Italia si sente spesso il ritornello “aiutiamoli a casa loro”, una frase che come dimostra questa vicenda è vuota di significato ma che funziona molto bene nei dibattiti pubblici. Sia chiaro, il concetto in fin dei conti potrebbe essere anche giusto, se una persona si trova in difficoltà è meglio soccorrerla dov’è invece che farla venire da noi. Chi dice questa frase però troppo spesso rimuove le cause di fondo che determinano le migrazioni dei profughi, risolvendo il tutto con una battuta che impedisce ogni approfondimento. Chi dice questa frase si dimentica infatti che noi “colonizzatori” a casa loro ci siamo da qualche secolo e che le guerre e gli accordi commerciali tra stati, come le ristrutturazioni imposte dal Fmi e banca mondiale, sono oggi le cause principali che favoriscono le migrazioni.

Nel senso comune, sembra quasi che una persona sia felice di abbandonare la propria casa e affetti, mentre gli elementi che spingono tante persone a lasciare il proprio paese sono sempre rimossi. In questa maniera, il diritto dei profughi e richiedenti asilo ad essere accolti viene svuotato di significato. Nei talk show si parla dei migranti, ma difficilmente loro possono parlare e raccontare le loro storie, ovviamente a meno che non siano ricchi, o giochino in una famosa squadra di calcio. Se sei povero invece, se arrivi solo con i tuoi vestiti e non altro su un barcone invece che su di un aereo, l’etichetta che ti viene messa addosso alla frontiera te la porterai addosso per tutta la vita.

La drammatica situazione dei profughi siriani è solo una delle tante che determinano lo spostamento di così tante persone. Dalla striscia di Gaza al Sinai, e poi dal Sudan al Mali fino alla Somalia ed alla Nigeria, dalla Libia fino all’Afghanistan senza dimenticare l’Iraq c’è un bel pezzo del nostro pianeta che è attraversato dalle guerre. La partita che si giocano Qatar e Turchia, Arabia Saudita e Iran, Israele e potenze occidentali è molto più complessa ed estesa di quanto si pensi, ed è destinata ad aumentare i processi di destabilizzazione nel prossimo futuro. Queste guerre non sono come le altre, spesso non hanno fronti veri e propri e sono caratterizzate da elementi etnici e religiosi che alimentano persecuzioni e profughi. In questi conflitti poi, la distruzione economica di un paese non è un effetto causato dalla guerra ma un obbiettivo strategico da raggiungere.

Il tema posto dai profughi e richiedenti asilo alle frontiere d’occidente in questa fase storica è enorme e sarà uno degli elementi di discussione sul quale si misurerà la politica nei prossimi anni, esso investe il terreno della pace e della giustizia sociale, sia tra nazioni e continenti che all’interno di esse, obbliga a riflettere sul tema dei cambiamenti climatici, ed è un parametro per capire il nostro livello di civiltà. Una discussione questa che non potrà essere risolta semplicemente con la frase “aiutiamoli a casa loro” ma con una scelta politica chiara e coraggiosa che oggi sembra mancare ai governi occidentali ed alla stessa Onu.