Il tetto dei 240mila euro agli stipendi dei manager della pubblica amministrazione non è un obbligo per i vertici di Bankitalia. Lo aveva detto chiaramente la Bce pochi mesi fa. E ora lo certifica anche il ministero dell’Economia e delle finanze (Mef), rispondendo ad un’interrogazione parlamentare dei deputati del Movimento 5 Stelle Villarosa, Barbanti, Ruocco e Pesco. Il “principio dell’indipendenza finanziaria” è la motivazione ufficiale data dal Mef. Le retribuzioni lorde annue del direttorio resteranno quindi ben oltre il limite stabilito, nonostante il decreto con cui il governo Renzi ha previsto espressamente che anche Banca d’Italia, «nella sua autonomia organizzativa e finanziaria», dovesse comunque tirare la cinghia.

STIPENDI IRROTTAMABILI
Del resto, nonostante gli ultimi ritocchi decisi qualche settimana fa dal Consiglio superiore, gli stipendi dei vertici della banca centrale viaggiano dai 450mila euro del Governatore ai 400mila del direttore generale, fino ai 315mila dei vice direttori generali. Certo, cifre ridimensionate rispetto ai 758mila euro percepiti tre anni fa dallo stesso governatore (poi decurtarti a 495mila per il 2013-2014), ai 593mila del direttore generale (scesi a 450mila per lo stesso biennio) e ai 441mila dei vice direttori generali, come sottolinea il Mef, ricordando «lo sforzo di contenimento» delle remunerazioni di chi riveste funzioni pubbliche condiviso dal Consiglio superiore della Banca d’Italia. Ma anche grazie al un parere della Banca centrale europea (Bce), Palazzo Koch ha continuato a sfondare il tetto dei 240mila euro. Parere in base al quale, scrive il Mef nella risposta all’interrogazione, «per il principio di indipendenza finanziaria, qualunque norma di contenimento di spesa rivolta alla Banca d’Italia va intesa come atto di indirizzo e non come regola cogente». Spetta cioè alla stessa banca centrale «valutare l’eventuale applicazione del tetto dei 240mila euro, senza pregiudizio per l’autonomia in materia di gestione del proprio personale, al fine di preservare la capacità di esercitare le sue funzioni in modo indipendente». E in ogni caso, per i membri del Direttorio le «linee guida di riduzione delle retribuzioni possono valere solo per il futuro, non per i mandati in corso di svolgimento». Insomma, la regola dell’inviolabilità dei diritti acquisiti che in Bankitalia resiste alla rottamazione dell’era renziana. Inoltre, per motivare lo sforamento del tetto retributivo, il Consiglio superiore (citato dal Mef) ha precisato che i componenti del Direttorio sono «ex lege anche componenti del Direttorio integrato dell’Istituto di vigilanza sulle assicurazioni», funzione per la quale «non ricevono alcun compenso».

UN ESERCITO DA 1,8 MILIARDI
Secondo i deputati del M5S non è un buon esempio, anche tenuto conto che «il governatore Visco spesso esprime la sua opinione sui temi della disoccupazione, tagli alla spesa sociale, pensioni e tutto ciò che riguarda e preoccupa la cittadinanza in questo particolare periodo storico, ma mai, sembra, abbia cercato di arginare i privilegi e l’ingente utilizzo delle risorse economiche dell’Istituzione da lui governata». Un’istituzione alla quale la pattuglia dei parlamentari pentastellati prova a fare i conti in tasca. «Il piccolo “esercito” di oltre 7.000 persone alle dipendenze della Banca d’Italia, costa ogni anno 1,2 miliardi di euro», scrivono nell’interrogazione. Una struttura articolata in «58 filiali», che «dispone di 606 dirigenti, 1.449 funzionari, 1.317 coadiutori, 3.697 dipendenti». Nel 2013 «l’ammontare totale degli stipendi (599 milioni di euro), sommati agli oneri (155 milioni di euro), altre spese per il personale (47 milioni di euro) è stato di 801 milioni di euro» ai quali vanno aggiunti «pensioni e indennità di fine rapporto (293 milioni), adeguamento contributi ed altri oneri (63 milioni), spese di amministrazione (441 milioni di euro), per un totale, sommando anche gli ammortamenti delle immobilizzazioni materiali ed immateriali e la voce generica “altre spese”, di 1,8 miliardi di euro».

CARTE DI CREDITO EXTRALUSSO
Non solo. Perché proprio il governatore Visco, proseguono i grillini nell’interrogazione, starebbe «per consegnare, ai dirigenti di Banca d’Italia, carte di credito aziendali con un tetto di spesa da 7.500 fino a 10.000 euro mensili per ogni carta e, quindi, per ogni dirigente, tale novità è avvalorata dalla presenza di documenti relativi alla gara di appalto indetta da Palazzo Koch che cerca un fornitore per le circa 1.000 carte aziendali destinate ai dirigenti». Un normalissimo bando di gara che, precisa il Mef, «si riferisce al rinnovo di carte già in essere, utilizzate per il pagamento di talune spese», riconducibili in prevalenza «all’acquisto di carburante per le scorte valori, di stampanti e similari» e il cui utilizzo «obbedisce a rigorose forme di autorizzazione e di controllo di ogni singola voce di spesa». Nella risposta del ministero, invece, nessun chiarimento sul limite di spesa delle carte «aziendali». Che, in ogni caso, sebbene non sia stato confermato non è stato neppure smentito.

Twitter @Antonio_Pitoni
Articolo modificato da redazioneweb il 2 dicembre 2014