Raccontare un Paese attraverso il teatro  si può: Alessandro Magno, Madre Teresa di Calcutta, adesso Jeton Neziraj. La grande Albania (Kosovo, Montenegro e Albania appunto) è completa attraverso la storia, il mito, i secoli, fino al contemporaneo, fino a questo giovane drammaturgo (trentaseienne di Prishtina) tradotto in tutta Europa e rappresentato continuativamente in Svizzera, Germania, Turchia, Svezia, Galles e da poco anche in Italia, dal festival emiliano Vie (il direttore Pietro Valenti gli ha commissionati due testi per la nuova stagione, uno di questi andrà in scena per la regia di Pietro Babina delle Albe ravennati) al Sant’Andrea di Pisa.

Un’esplosione (è stato “scoperto” dalla studiosa, docente e critica teatrale Anna Maria Monteverdi; suo infatti il prezioso volume La distruzione della Torre Eiffel, Cut Up edizioni) quella di Neziraj (di solito è sua moglie Blerta Rrustemi la regista delle sue piece) uno di quelli che dice no, che non ci sta, che con il suo lavoro riesce a portare all’attenzione temi e problematiche di una nazione ancora a metà strada (il Kosovo si è autoproclamato Repubblica nel 2008, dopo la guerra del 1999, ultimo paese ad essersi reso indipendente nell’area balcanica) perché grandi potenze mondiali, dalla Russia alla Cina, ed ovviamente la Serbia, la disconoscono.

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Non sono serbi ma nemmeno albanesi con i quali li lega la religione, l’Islam, e la lingua, ma diverse sono le Storie che li hanno attraversati. Qui ci sono montagne brulle dove, ci raccontano, da quando sono arrivati albanesi e soprattutto gli americani, si coltiva pochissimo e si alleva ancora meno. Il Kosovo così non è autosufficiente e resiste (la maggior parte della popolazione lavora in organismi statali o internazionali, una grossa fetta è disoccupata) solo attraverso aiuti che arrivano dagli Usa (proliferano gli “American’s corner” con info sugli Stati Uniti), soprattutto dalla Comunità Europea, e dall’area araba nel finanziamento di moschee e minareti.

Il Kosovo è usato per traffici di armi e droga. Ci dicono che stanno aumentano le donne velate, il che ci fa pensare ad un inasprimento del radicalismo religioso. Non un bel segnale. Molti guerriglieri sono partiti da qui, passando per l’Italia (anche grazie allo scandalo dei visti sui passaporti concessi a fronte di una mazzetta che arrivava fino a 3.500 euro da parte della nostra Ambasciata i cui vertici sono stati epurati un anno fa a seguito di varie denunce), per andare a combattere in Siria. Un altro cattivo presagio. Il clima è caldo anche se le temperature vanno facilmente sotto lo zero; è di poche settimane fa la partita di calcio per le qualificazioni ai prossimi europei tra Serbia e Albania conclusasi con rissa finale annessa. Se a questo aggiungiamo anche l’annosa questione dell’Uranio impoverito (con oltre 300 militari italiani deceduti secondo l’accusa a causa delle bombe Nato utilizzate nella zona) il puzzle è completo, frammentario e complicato.

Le case crescono come funghi attorno alle strade principali nel suo turbo urbanismo senza una logica precisa, senza un piano regolatore che limiti la costruzione, la direzioni, la controlli. Pattuglie dell’Eulex, guardie dell’Eufor, macchine bianche dell’Ocse fanno del Kosovo (2 mln di abitanti) un posto sicuro perché militarizzato. Il minestrone è compiuto. E appare qualche barba lunga, molto lunga, anche se qui, per adesso, la religione musulmana è praticata in maniera blanda. Le contraddizioni abbondano, affiorano, si incastrano in maniera inscindibile. Il primo ministro Thaci, rieletto (ma ancora non si è formato il governo per lo stallo dei partiti che hanno ottenuto più voti e che non riescono a formare alleanze solide), ha più di un’ombra sul suo passato. Nella via principale, dedicata a Madre Teresa, il grande shop della Benetton (qui è considerata il top dell’abbigliamento nostrano), a metà tra una villa e una chiesa, incastonata tra il trittico delle attività (grattacielo, banca e hotel di lusso) dell’ex presidente Pacolli, destituito dopo due mesi nel 2011, ex marito di Anna Oxa.

Fare teatro qui, in una zona di frontiera, ha ancora un senso e un’urgenza. Qui si rischia per le parole pronunciate, qui gli intellettuali non allineati devono stare attenti alle loro idee e soprattutto a come e dove le esprimono.

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