Il boomerang, come si sa, viene dall’Australia, ma il premier israeliano questa settimana ha deciso di farsene uno tutto suo: “La legge dello stato ebraico.

Netanyahu 675Il motivo di questa iniziativa è creare una netta differenza fra i cittadini ebrei e cittadini arabi di Israele. Se si irrobustiscono i contenuti linguistici, culturali e teologici legati all’ebraismo, la conseguenza diretta sarà che gli arabi israeliani faranno fatica a riconoscersi nello stato di Israele.

In questi ultimi mesi la priorità mediorientale e israelo-palestinese sembrava tutt’altra. Il rapimento degli studenti israeliani, la guerra di Gaza con tutti i suoi morti, i tentativi dei membri della destra radicale, inclusi i parlamentari della Knesset, di destabilizzare lo statu quo della Spianata delle Moschee, hanno provocato una tensione violenta nei rapporti tra arabi ed ebrei in Israele.

Solo l’inizio di una trattativa seria di pace – è chiaro ad ogni lettore di quotidiano, non serve essere un analista o uno studioso di scienze politiche – potrebbe calmare gli animi. Magari, non mi stancherò di dirlo, una trattativa basata sulla proposta di pace della Lega Araba. Ma Netanyahu, anziché presentare agli israeliani e ai palestinesi un suo piano di pace, ha proposto una legge che non trova il consenso nemmeno del suo parlamento. Dirò di più, il nuovo presidente dello stato ebraico, Rubi Rivlin, non ha appoggiato questa iniziativa, e il suo predecessore Shimon Peres l’ha bocciata, per non parlare dell’opposizione di gran parte della coalizione del premier stesso (parlo di ministri importanti come Lapid e Livni).
Più che interessarsi alla natura ultra ebraica di uno stato moderno come Israele, Netanyahu sembra voler “sfruttare” i cambiamenti della politica americana per non avviare nessuna trattativa. Nei prossimi due anni i repubblicani potranno bloccare le pressioni di Obama su Israele, e Netanyahu, storicamente vicino all’ala repubblicana della politica americana, lo sa bene.

La sua mossa, a mio avviso, mira ad anticipare le elezioni in Israele (come noto, a ridosso delle elezioni, non si intavola una trattativa di tale complessità). In quest’ottica è importante sapere che i contenuti di questo boomerang piacciono molto ai partiti religiosi ortodossi e ovviamente ai coloni, membri graditi di una futura coalizione.

La proposta di Netanyahu è monca, ha subito critiche da Obama a Peres, per non parlare dei maggiori esponenti della cultura laica israeliana. Mentre Netanyahu opta per strategie di scarso dialogo, Avigdor Liebermann, il ministro degli Esteri, assai più falco del suo presidente del consiglio, proprio ieri ha sentito la necessità di lanciare un suo piano di pace. Yuval Diskin, uno degli ultimi capi dello Shabbak, ha scritto un articolo nel quale elogiava la lotta contro il terrore di Abu Mazen, il suo attivismo nel bloccare gli attentati. Il difetto più grande di questa “legge dello stato ebraico” è che se viene abbinata al credo politico di Netanyahu (Israele che occupa i territori della West Bank) fa sì che in pochi decenni Israele non sarà uno stato a maggioranza ebraica.

È impossibile continuare ad avere città e coloni nella West Bank senza dare diritti civili e di voto ai palestinesi di quei territori. Dato che decenni di occupazione non hanno portato nessun governo israeliano ad annettere la West Bank allo stato di Israele, gli ebrei che vivono a Nablus, per esempio, o nella città di Ariel, godono degli stessi diritti del cittadino israeliano, mentre i palestinesi di quei territori vivono in un limbo di sovranità e con una presenza militare alquanto opprimente. Chi è interessato a Israele come stato ebraico, e di maggioranza ebraica, deve essere il primo ad arrivare a una pace con i nostri vicini palestinesi. Sì, sara uno stato più piccolo, ma avrà una identità più chiara che il mondo arabo e il mondo in generale potranno accettare. Altrimenti la proposta di Netanyahu e la sua politica dell’ultimo decennio porteranno a uno stato per due popoli e a cicli infiniti di violenza, come quella di Gerusalemme degli ultimi due mesi.