Barack Obama, primo presidente nero degli Stati Uniti, primo “Comandante in capo” che non comanda guerre, primo politico in capo che accetta, senza scusa e senza social network, di affrontare problemi irrisolvibili, non si ritira (l’industria dell’auto, le banche, l’occupazione, il bilancio federale) e li risolve, si trova adesso a essere inseguito e braccato dal problema della razza, e si trova prigioniero di una alternativa malefica. Se, dopo Ferguson, dopo l’uccisione del ragazzo nero (vent’anni) e poi di un altro ragazzo nero (12 anni) e la protesta che dilaga un po’ dovunque nel Paese, interviene in difesa delle vittime e delle loro famiglie esasperate, appare come il presidente nero che sta con i neri e divide il Paese. Se sceglie la mano pesante con chiunque si ribelli, dando la precedenza all’ordine sull’ingiustizia, appare come uno che tradisce la sua gente. Se decide di restare fuori, lasciando il tremendo problema ai governatori e ai giudici, è uno che non sa controllare il pericoloso conflitto, una spaccatura tante volte coperta e mai sanata, che continua ad attraversare l’America.

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Gli americani che si sentono vicini a Obama devono sfuggire all’idea complottistica della trappola ben preparata e inevitabile per braccare e delegittimare il presidente nero, e dimostrare che, per stare dalla parte dei suoi, abbandona i bianchi del suo Paese. Oppure il contrario. La conclusione sarebbe comunque che Obama non era degno di tutto l’entusiasmo che ha suscitato la sua elezione e non è degno di tutta la fiducia che ancora lo sostiene. Ma poiché ciò che è accaduto e sta accadendo sta segnando comunque la storia americana, dobbiamo guardare a ciascuno dei fatti che stringono Obama alla gola. Prima viene il delitto.

Come spesso avviene, molto di ciò che accade, specialmente sul versante disastroso della vita politica, dipende dalla legge elettorale. La legge americana richiede la registrazione prima del voto, espediente intelligente di classe e di razza: i poveri tendono a non registrarsi. I neri sono la maggioranza dei poveri. La piccola città di Ferguson, come tante altre nel Sud americano, ha il 70 per cento di cittadini neri, ma l’intero apparato dirigente della città, dal sindaco al giudice allo sceriffo, e tutti i poliziotti meno uno, sono bianchi. Bianco è il poliziotto che ha sparato, bianco l’investigatore, bianco (tranne tre su dieci) il Grand Jury (una specie di giudice preliminare collettivo, con il compito di formalizzare l’imputazione) che decide che il poliziotto non deve essere processato. Si tratta di cattiva giustizia? C’è un’altra interpretazione (che in altri tempi è stata detta anche da Martin Luther King e da Robert Kennedy): si tratta di una riuscita trovata di classe: i neri, maggioranza dei poveri, non votano. E per i bianchi è più facile vincere con i voti di pochi, giocando la carta dei pericolo violento (che, per caso, è nero e povero).

Il non voto è perciò un importante strumento politico se usato con bravura da parte di buoni organizzatori che vincono bene dentro quote minime di elettori fidati. La vita politica americana sa che non tutte le astensioni dal voto vengono per nuocere. E se qualche evento drammatico le favorisce, basterà giocarselo come un pericolo per tutti. Ovviamente non può esserci niente di preordinato nella tragedia del ragazzo Michael Brown ucciso da un agente di polizia bianco e spaventato. Ma può esserci nella gestione abile delle conseguenze. La prima sono le ribellioni e i disordini di neri che invadono le strade e vandalizzano, diventati presto “il problema”, non la conseguenza tragica del problema.

L’America si era liberata da tempo di episodi gravi e pericolosi di conflitto razziale. Ma perché i tanti nemici di Obama, il presidente “di sinistra” che oltre ad avere imposto (almeno in parte) la sua legge per le cure mediche garantite anche ai poveri e la legalizzazione di 5 milioni di immigrati illegali (5 su 10: “Noi che siamo un Paese di emigranti non possiamo rimandare intere famiglie che vanno a scuola, lavorano, pagano tasse, a un destino di fame”) ha rilanciato banche, industria e occupazione, dovrebbero rinunciare a spingere Obama dentro il conflitto perfetto: presidente nero e rivoltosi neri da una parte e polizia e giudici bianchi dall’altra?

Certo, se incontrastate, le rivolte nere si moltiplicheranno. Contrastarle vuol dire solo due cose: o repressione (che non può essere la strada di Obama e significherebbe comunque moltiplicarsi dei disordini, con il rischio di altre vittime); o uso della legge Kennedy-Johnson sui diritti civili, il Civil Rights Act, che consente di rifare il processo al poliziotto di Ferguson, non in base a una imputazione non più proponibile, ma per l’accusa di violazione dei diritti civili del giovane Michael Brown. Lo stesso potrebbe accadere per l’omicidio del dodicenne. La prova resta difficilissima per il primo presidente nero degli Stati Uniti. Ma è una prova a cui Obama – io credo – non potrà e non vorrà sottrarsi.

Il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2014