Nasce appena undici anni fa e la sua storia è già avvolta nel mistero. In pochi sanno cos’è l’Aifa, cioè l’Agenzia italiana del farmaco, ente governativo diretto dal ministero della salute. Eppure riguarda tutti da vicino. Perché la sua funzione è quella di garantire l’accesso ai farmaci nel nostro Paese. Come? Prima con una valutazione del farmaco sulla scorta del parere dell’Ema (l’Agenzia del farmaco europea). Poi tramite la negoziazione del prezzo con l’azienda produttrice.

Le aziende fanno l’offerta e l’Aifa prende o lascia, difficilmente riesce a contrattare. Dal 2004 il prezzo di un medicinale (rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale) è assegnato in funzione del suo valore terapeutico, e non dal valore industriale. Quindi il vero paradosso è che lo spreco di denaro pubblico dovuto ai costi esorbitanti di alcune molecole (come il Sofosbuvir contro l’epatite C da 50mila euro, o l’imatinib, un antileucemico, da 24mila euro) è legale. Fino al 2010 la sede Aifa era un edificio umile nella periferia di Roma, non lontano dalla metropolitana. Poi si è trasferita in un palazzo faraonico di sette piani in via del Tritone 181, nel centro di Roma, a due passi dalla Fontana di Trevi, e guarda un po’, quasi di fronte all’ingresso di Farmindustria, l’associazione delle case farmaceutiche. Ora l’Aifa paga un affitto di quasi 4 milioni di euro l’anno, il doppio di quello che spendeva prima. E il numero dei dipendenti è lievitato da 250 a 402. Il bilancio del 2013 chiude con un utile di 1,6 milioni. Riceve dallo Stato il 29% dei finanziamenti. Il direttore è Luca Pani, psichiatra e farmacologo cagliaritano, che riceve un compenso lordo di 222.107 euro l’anno. I dirigenti sotto di lui prendono dai 96 mila ai 162 mila euro lordi.

L’Aifa cresce su un terreno inquinato. Prima di lei, a fare le stesse cose era il Servizio farmaceutico dentro il ministero della Salute che fino al 1993 è in mano al re della sanità, Duilio Poggiolini , già iscritto alla P2 di Licio Gelli, a capo del servizio e destinatario di montagne di mazzette da parte di Big Pharma per autorizzare la vendita e stabilire i prezzi dei farmaci. Al momento dell’arresto gli vengono sequestrati oltre 15 miliardi di vecchie lire su un conto svizzero, lingotti d’oro, gioielli, quadri, monete antiche. Nel 2013 viene scoperto un tesoro di 26 milioni di euro nel caveau di Bankitalia. Un anno prima la Corte di Cassazione lo obbliga a risarcire lo Stato di oltre 5 milioni di euro per il reato di corruzione.

Poi arrivano i due scandali più grandi in casa Aifa. Il primo nel 2008, che porta all’arresto di otto dirigenti dell’ente e 19 avvisi di garanzia tra i suoi funzionari e i titolari di imprese farmaceutiche, per aver alterato l’iter di autorizzazione per la messa in commercio di alcuni farmaci. Nell’inchiesta è coinvolto anche Nello Martini, allora direttore dell’ente, accusato di disastro colposo perché non ha ordinato l’aggiornamento di 20 foglietti illustrativi. Il 21 giugno 2008 viene licenziato . L’8 luglio 2010 è prosciolto perché “il fatto non costituisce reato”. La mancata correzione dei bugiardini infatti non ha messo in pericolo la salute dei cittadini. Qual è la sua vera colpa? Di non farsi comprare da Big Pharma. Lui è il primo direttore dell’Aifa e inaugura un programma d’avanguardia indipendente per medici, infermieri e farmacisti: bollettini, guide e corsi di aggiornamento slegati dagli interessi delle aziende. Nel 2005 chiede a queste di versare il 5 per cento di quello che spendono in convegni e attività di marketing per finanziare ricerche indipendenti in settori di business poco interessanti, come malattie rare e farmacovigilanza. Un piano che dà fastidio e dopo cinque anni svanisce. Spariscono anche i bollettini. Nel 2014 l’Aifa cade sotto i riflettori per un altro guaio. Lo scorso giugno la Guardia di finanza fa un blitz in via del Tritone: il sospetto dei pm è la presenza di un piano artificioso messo in piedi da Roche e Novartis per manipolare i criteri di determinazione del prezzo dei farmaci Lucentis e Avastin da parte dell’Agenzia del farmaco.