La dichiarazione di Matteo Renzi, presidente del Consiglio dei ministri e Segretario del Pd, secondo la quale un’astensione di più del 60% degli aventi diritto al voto è una “questione secondaria, mi ha raggelato il sangue. Mi sembra una dichiarazione di morte della democrazia. Nelle democrazie, (quelle funzionanti, non quelle utopiche) le elezioni sono il momento più significativo della vita politica, il momento nel quale il popolo delega a un ceto politico che si autopropone come capace, il compito di governare il paese, di regolarne e svilupparne la vita economica e sociale, secondo un programma concordato.

Matteo Renzi ha finora sempre evitato questo banco di prova. Non è neppure un calcolo da furbo che lo spinge a comportarsi così. E’ semplicemente la sua convinzione che le elezioni non servono. Prima, il leader si fa avanti, conquista posizioni e centri di potere, intesse alleanze e liquida avversari; poi, a cose fatte, il popolo legittima il nuovo assetto di potere, con una votazione che è soprattutto un far buon viso a cattivo gioco. Buon viso magari incoraggiato anche da un bonus di 80 euro, purché la votazione assomigli il più possibile a un plebiscito.

Anche questa procedura è un modo per conquistare il potere. Però non è un modo democratico. E questo credo non lo possa negare nessuno. Nella storia del XX secolo sono stati piuttosto i regimi totalitari a insediarsi utilizzando le istituzioni per mascherare la violenza di fatto della loro strategia.

In un talk show televisivo un giornalista mi chiese se consideravo Renzi possibile protagonista di un colpo di stato e se non mi pareva significativo il fatto che, pure criticando io Renzi, non ci fosse la Gestapo pronta ad arrestarmi fuori della porta dello studio. Ma no, certo, non c’è stato un colpo di stato e la libertà d’opinione c’è ancora. Peccato che di fatto non conta niente. Se protesto in piazza, sono un elemento della palude o una sopravvissuta del passato, se mi astengo dal voto sono un problema secondario, se esprimo non le mie idee ma quelle di maestri che ho avuto la fortuna di studiare, sono un gufo; in tutti i casi posso dire quello che mi pare, tanto le decisioni le ha già prese chi può e sa come decidere.

Forse noi italiani siamo così lenti nel riconoscere le violazioni della democrazia, perché l’abbiamo conosciuta solo per sentito dire; e solo per brevissimi periodi ne abbiamo potuto sperimentare la realtà. Il regime della lunga egemonia democristiana non era democratico, era clientelare: la pratica universalizzata del voto di scambio alimentava il costituirsi di stabili cordate, di clientele gerarchizzate dove si scambiavano favori contro fedeltà. Un simile sistema non si basa su una concezione democratica dello stato, ma su una concezione proprietaria delle risorse e delle opportunità che lo stato offre: “Il ministero (l’assessorato, la municipalizzata, ecc.) è mio e me lo gestisco io a favore di me stesso e dei miei, cioè di coloro che mi hanno sostenuto per arrivare qui”.

Alla lentezza e ai bizantini dosaggi del clientelismo, volle dare uno scossone un giovane leader socialista, Bettino Craxi, che con il suo cosiddetto “decisionismo” riuscì a rafforzare il sistema clientelare con innesti di poteri occulti e malavitosi. Poi scoppiò Mani pulite e tutti noi lavoratoridipendentipagatoriditasse sperammo che fosse il principio di una nuova età democratica.

Errore. Arrivò Silvio Berlusconi, la cui filosofia era che si ha il diritto di violare le regole democratiche, se danneggiano i miei affari; e se proprio non riesco a violarle impunemente, mi prendo il governo, così le regole me le faccio da solo (conflitto di interessi, falso in bilancio, processo breve, prescrizione, porcellum, esportazione di capitali e chi più ne ha più ne metta). Ma Berlusconi ha introdotto nella vita politica una risorsa nuova, la produzione del consenso di massa attraverso la comunicazione di massa. Lo ha enormemente favorito il fatto di essersi assicurato il controllo della Tv; ma ancora di più il fatto di saperla usare da maestro. E pressoché senza opposizione.

Questi sono i begli esempi a cui può ispirarsi il giovane Renzi; questa è la nostra eredità democratica di italiani.

Certo, ci sono stati anche in Italia uomini politici onesti e capaci; certo, anche in Italia l’opposizione, finché è stata tale, ha posto qualche limite all’andazzo clientelare; certo, non tutte le colpe sono dei politici italiani, c’era la guerra fredda, la Nato, gli Usa, poi c’è l’Ue, la globalizzazione, gli istituti di rating, la crisi.

Non abbiano paura i renziani doc: non è tutta colpa di Renzi. Sarebbe bello, però, che, vedendo quanti non sono d’accordo con lui, si facesse venire almeno il dubbio che, se non sono sue tutte le colpe, è sua la responsabilità di non avere ancora dato agli italiani la possibilità di esprimersi tutti, democraticamente, su almeno uno dei rimedi da lui proposti. Oppure, marchese del Grillo insegna, è inutile interpellarci, perché lui è lui e noi non siamo un c****?