Segnatevi questi nomi: Rickson Teves, Eduardo Luis, Gabriel Weinstein. Sono gli attori di una scommessa (vinta) di un altro film di Stephen Daldry con la macchina da presa ad altezza bambino. Raphael, Gardo e Rato, i tre personaggi decenni protagonisti di Trash, vincitore del premio del pubblico come miglior film al Festival di Roma 2014 e in uscita il 27 novembre, trainano narrazione, senso e drammaticità dell’intera opera del regista britannico, ambientata tra le discariche e le favelas di un’ipotetica megalopoli brasiliana e legata a doppio filo alla rappresentazione spettacolare di una endemica miseria materiale con un’innata necessità di uscirne attraverso i meccanismi spettacolari di una thriller story, piena di colpi di scena, indizi da scoprire e corruzione istituzionale. Nulla a che vedere con i pedinamenti zavattiniani di piccoli protagonisti nel primo neorealismo alla De Sica. Poco a che fare con la saga di Antoine Doinel di Truffaut. Semmai è da quella naturale purezza d’animo, e di anime, di quel Ragazzo Selvaggio truffautiano che Daldry prende le mosse sia per il trio di Trash, sia per i suoi protagonisti ragazzini di Billy Elliot (2000) e Molto forte, incredibilmente vicino (2011).

Raphael, Gardo e Rato, i tre personaggi decenni, vincitore al Festival di Roma 2014, trainano narrazione, senso e drammaticità dell’intera opera

I bambini ci guardano e osservano il mondo attorno portando la loro ingenua visione non inquinata da ideologismi e pragmatismi. Piazzarsi a quell’altezza di sguardo è sempre stato il problema di tante regie, registi e produzioni incapaci di abbandonare pregiudizi di scrittura, applicazione di schemi semplificatori, idee precostituite di adulti. Raphael, Gardo e Rato, pur inseriti nel meccanismo della spettacolarizzazione cinematografica, emergono dalle maleodoranti montagne di pattume brasileira sì con un portafoglio che gli cambierà la vita, ma soprattutto con uno sguardo bambinesco che nulla ha a che fare con le meschinerie, la violenza e i soprusi degli umani alti, lunghi e qualche volta privi di viso e con voce nebulosa (un po’ come gli adulti nei Peanuts di Charles Schultz).

In questo Daldry ha una spiccata e reiterata sensibilità d’autore. Nel senso che il suo stazionare all’interno del pensiero fanciullesco, nella dimensione dell’essere bambino, gli regala un brio e una semplicità di realizzazione che in altri registi coevi sembra puro impaccio linguistico. Basta ricordare Billy Elliot, il figlio della anglosassone banlieue all’epoca dello sciopero dei minatori contro la famigerata Thatcher. Billy, interpretato da Jamie Bell, oggi stornello quasi trentenne da un set di Clint Eastwood (Flag of our fathers) ad un altro di Lars Von Trier (è K, il sadico sculacciatore bdsm di Charlotte Gainsbourg in “Nymphomaniac vol II”), è un ragazzino turbato dagli avvenimenti della storia “alta” e altra, quella che viene solitamente definita con la S maiuscola, ma mantiene dritta la barra del proprio desiderio, seguendo non senza traumi personali, familiari e sociali, la propria indole di ballerino maschio in mezzo a mille bambine finendo per diventare star del Royal Ballet School.

Il regista Daldry è al fianco dei protagonisti ma con una necessità vitale di sentirne il battito del cuore, la fatica del corpo, il sudore della fronte

Daldry gli è come di fianco, non con una febbrile semisoggettiva alla Dardenne, ma con una necessità vitale di sentirne il battito del cuore, la fatica del corpo, il sudore della fronte. Identico lavoro ad altezza bambino viene effettuato in un capolavoro poco apprezzato in Italia come Molto forte, incredibilmente vicino. Questa volta un film tratto di un libro davvero monumentale di Jonathan Safran Foer, che ha per protagonista il piccolo Oskar Shell, divenuto orfano di padre a seguito degli attentati alle Twin Towers dell’11 settembre 2001. L’undicenne Oskar, l’attore Thomas Horn scoperto dal produttore Scott Rudin quando era concorrente al celebre quiz Jeopardy!, è un timido ed elucubrante genio dei dettagli quotidiani e del mondo, osserva proprio dal basso verso l’alto evitando di guardare l’ombra di quei maledetti aerei e il relativo lutto paterno, scevro da ogni trasformazione del pensiero da ragazzino ad adulto. Daldry restituisce come pochi l’essenza di questo personaggio, di un bimbo travolto da un destino tragico ma che grazie ad un’anima fanciullesca riesce a trarre comunque la spinta per uscire dal tunnel del dolore. È questa la scia in cui si innestano gli speranzosi, intraprendenti e ricoperti di fuliggine e sporco finto da set, Raphael, Gardo e Rato. In fondo, spiegava Truffaut nel 1959: “Girare con i bambini è una grande tentazione prima, un grande panico durante, e un’immensa soddisfazione dopo”.

Il trailer di Trash

ilfattoquotidiano.it in collaborazione con Universal Pictures