Quando Il Rosso è salito in macchina ieri mattina cantava: “Grida forte la Valsusa/ che paura non ne ha/ sulle barricate sventola/ la bandiera dei no Tav”, sulle note di una canzone stile vecchio west.

Il Rosso, che una volta era un masnà (bambino), che adesso però porta il 45 di piede e va alle manifestazioni e si è già anche preso i suoi bei lacrimogeni, uno sulla schiena, tra l’altro, è salito in macchina cantando e mi ha detto, “Allora vengo anch’io a vedere il documentario di Gaglianone sulla Tav, Pa'”.

Poi invece non è venuto, perché abbiamo scoperto che al Torino Film Festival i minorenni non possono entrare perché i film non sono ancora passati dall’apposita commissione, mi hanno detto al botteghino, e quindi è meglio se stanno a casa. Pazienza, andrà a vederlo al cinema, sempre che a Torino si trovi una sala che lo proietti e che lo tengano per più di due sere.

Così l’ho visto da solo Qui, di Daniele Gaglianone. Da solo si fa per dire, perché la sala era piena e per far entrare tutti la proiezione è cominciata con quasi venti minuti di ritardo.

Che cos’è Qui. E’ un documentario che parla della Tav, anzi che parla dei No Tav, anzi è un documentario che fa parlare i No Tav. Non è un’inchiesta giornalistica, non è un documento informativo sulle caratteristiche della grande (si fa per dire) opera in questione. E’ un lavoro di ascolto, di visione, di racconto dei volti, delle storie, delle ragioni di persone che, con modi e da provenienze anche molto diverse, si oppongono da anni alla costruzione della linea ad alta velocità in Val di Susa, e alle modalità violente, antidemocratiche, illegali, oltre che clamorosamente antieconomiche, con cui l’opera viene portata avanti.

Qui, dicevo, non informa, se non in minima parte, sui limiti e le incongruenze della costruzione e della promozione della Tav, fatte salve alcune inquietanti eccezioni come i dati relativi all’aumento dei casi di malattie cardiovascolari e respiratorie, e dell’incidenza del mesotelioma previsti nelle zone interessate dai cantieri, dagli stessi realizzatori, se il progetto verrà portato avanti; o come l’evidente militarizzazione della Valle con un numero impressionante di poliziotti spesso impegnati a filmare, fotografare e identificare chiunque transiti nei pressi del cantiere (inclusa la troupe che gira il documentario), come a perseguire un possibile “reato di presenza”.

Qui ci racconta fin dal titolo dove sta il problema e cioè in un luogo fisicamente ben preciso, la Val di Susa, per nulla isolato dal resto del mondo. Ma nel raccontarlo ci fa capire che è un “qui” che riguarda ciascuno di noi nel posto in cui si trova, a prescindere dai chilometri che lo separano dalla Valle, perché è un “qui” che, ripetuto molte volte dalle persone normali che raccontano e si raccontano nel documentario, fa riferimento sia a uno spazio, sia a un tempo, sia a una situazione in cui siamo tutti coinvolti.

Molte volte la macchina da presa, nel seguire i testimoni di questa carrellata, li riprende di spalle, che camminano, o di fianco, nei dintorni del cantiere della Tav. Non va in soggettiva, ma si mette dietro alle persone che raccontano quello che sta accadendo ai boschi, alle strade, all’aria, all’acqua, alle case in cui vivono, con la preoccupazione per quello che potrà accadere sia “qui” inteso strettamente come Val di Susa, sia “qui” inteso come Italia, come stato di diritto, come laboratorio di democrazia imperfetta.

La macchina da presa, dicevo, sta un passo indietro o di lato e sembra dirci: non ti mostro come vanno le cose, cosa stanno facendo, non te lo spiego; ti invito, invece, a venire qui, a sentirti qui, a metterti di fianco e dietro a quelli che lo stanno vivendo e che da quello che sta accadendo qui si sono fatti coinvolgere, e rivoltare, spesso loro malgrado: come il carabiniere in congedo a cui un razzo sparato in faccia dalla polizia ha procurato fratture multiple al setto nasale e al volto, come il sindaco trattato come una marionetta dal prefetto e dalla polizia, come il coltivatore di castagne arrestato e portato in prigione sulla base di accuse poi rivelatesi completamente artificiose, come la famiglia che ha scoperto quasi per caso che la casa in cui vive verrà sovrastata dalla stazione internazionale.

Comunque, non era questo che volevo dire quando ho pensato di scrivere questo post da cinefilo non praticante. Quello che volevo dire sul film di Gaglianone è che tutte queste storie, raccolte con garbo e spesso riportate con una calma che qualcuno potrebbe scambiare per lentezza, invece no, si tratta di calma e di rispetto, queste storie ci vengono restituite, a tratti, con l’incanto e l’autenticità della poesia.

Poesia in un documentario che parla di rivolta.