Il premier Matteo Renzi aveva appena finito di spiegare che “il tempo dei furbi è finito” e la lotta ai 91 miliardi annui di evasione è “sacrosanta”. Poi – l’occasione era l’inaugurazione dell’anno di studi della Scuola di polizia tributaria a Ostia – ha preso la parola il comandante generale della Guardia di Finanza Saverio Capolupo e le dichiarazioni di principio hanno lasciato spazio alla realtà. Perché il generale, di cui è nota la posizione contraria alla depenalizzazione di alcuni reati fiscali a cui il governo sta lavorando, ha messo da parte la diplomazia per dire chiaramente che “eventuali misure sugli organici e sulla struttura del Corpo, volte a ridimensionare l’attuale assetto, avrebbero sicure ripercussioni negative sulla compiuta tutela dei primari interessi del Paese e dell’Ue”. Interessi che consistono, come è ovvio, nel recupero delle somme nascoste al fisco. Un avvertimento, quello di Capolupo, fatto a ragion veduta. Nelle scorse settimane, infatti, il Viminale ha presentato ai sindacati delle forze dell’ordine un piano intitolato “Progetto di rimodulazione della specialità e delle unità speciali”. Tradotto: un progetto che prevede corpose sforbiciate ai presidi sul territorio e ai mezzi a disposizione e accorpamenti per ridurre vere e presunte sovrapposizioni. Anche quelli delle Fiamme Gialle, che negli ultimi quattro anni hanno già perso 72 reparti operativi.

Di qui la necessità di puntualizzare, davanti al presidente del consiglio e al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che “l’attuale configurazione della Guardia di Finanza, frutto di 240 anni di esperienza e di numerosi interventi migliorativi improntati all’efficienza e al contenimento dei costi, risulta la più idonea a fronteggiare le multiformi minacce, nazionali ed internazionali, alla sicurezza economico-finanziaria, ed è priva di aree di sovrapposizione con altre istituzioni”. Sono noti, ha sottolineato Capolupo, “gli effetti negativi legati alla circolazione di ingenti quantità di denaro sporco, così come, all’opposto, i vantaggi derivanti dall’aggressione patrimoniale della criminalità, che è, oggi, uno degli aspetti più qualificanti dell’azione di contrasto svolta dalla Gdf”, perché “la grande disponibilità di liquidità da parte dei gruppi criminali “ne determina anche la forza costruttiva in quanto costituisce un vero e proprio ponte verso la società civile”. Insomma: se Renzi vuole davvero, come dice, contrastare corruzione e criminalità economica, l’esecutivo non può pensare di farlo togliendo risorse al corpo che è in prima linea nel farlo.

Infine il comandante generale, nel giorno in cui Confcommercio fa sapere che a Milano il 30% dei commercianti è vittima del racket, ha sottolineato che “quanto più l’apparato produttivo di un Paese è debole tanto più l’infezione della criminalità economica assume connotati minacciosi”. Infatti “le organizzazioni malavitose approfittano della crisi per infiltrarsi nel tessuto sociale e alterare l’assetto economico e finanziario di ampie porzioni di territorio”.