Il cibo ci definisce. Non è un fatto filosofico ma pratico. Gli spaghetti furono inventati in Cina e li mangiavano con le bacchette. Noi italiani li abbiamo “rubati” e ora li mangiamo con le forchette, il mondo crede che li abbiamo inventati noi. L’italia ha una grande vantaggio: siamo deficienti in fatto di materie prime. Siamo famosi per la pasta, ma non l’abbiamo creata noi. Per la mozzarella di bufala, animale portato a noi dalle invasioni. Ci invidiano il caffè all’italiana eppure non ne coltiviamo un chicco. Il cioccolato di Modica è una nicchia per intenditori eppure nemmeno una fava cresce in Italia. Tra pochi mesi avremo l’Expo 2015. Un evento che attrarrà l’attenzione del mondo su di noi, per un po’.

expo 675

Noi italiani siamo conosciuti per il cibo, ma la nostra maggior abilità sta nel saperlo processare. Poveri di materie prime abbiamo fatto un’arte nel destreggiarci perfezionando quello che viene coltivato altrove (in maggior parte). A maggio centinaia di nazioni caleranno a Milano per discutere, confrontarsi e parlare di cibo. Quale opportunità per le nostre imprese, assetate di nuovi mercati.

Resta una domanda che mi gira in testa da mesi. Chi se ne occupa? Per essere pratici esiste un organo o più organi pubblici che gestiranno la mole di relazioni business, la creazione di progetti di intelligence per sapere chi fa cosa. Per far un esempio se arriva l’amministratore delegato di un consorzio pubblico kazako, che opera nella produzione di grano, e vuole parlare con aziende italiane che vendono trattori con chi parlerà? Per trattori non mi riferisco al classico New Holland, parte della multinazionale Anglo-Olandese Fca (fu Fiat), ma piccole aziende, nella Lombardia, Piemonte, che sono fornitori per i grandi gruppi. Gli imprenditori italiani delle Pmi oscillano dalla timidezza estrema alla spavalderia. Risultato finale i nostri programmi di diplomazia commerciale portato avanti da singoli privati han sempre avuto esiti incerti.

Dal mio punto di vista serve un singolo italiano che abbia capacità tecnica, visione e non da ultimo soldi per raccogliere intorno a sé le Pmi italiane, creare un ambiente fisico e psicologico affinché queste aziende possano trovarsi e dialogare in libertà con attori (pubblici o privati) stranieri. Se la teoria è facile la pratica meno. Finalmente girando nella mia ricerca di casi di successo o aziende che si sbattono ne ho trovata una che si sta muovendo nella giusta direzione.

Alcuni mesi fa nasce il Wecc: World Expo Commissioners Club. In pratica tutti i commissari di Expo 2015 (che si suppone saranno commissari anche per i futuri expo) sono de facto membri di questo club (quanto meno sono invitati ad esserlo). Dall’altra parte tutte le imprese di ogni dimensione che abbiano interesse a entrare nel club possono farlo pagando una tantum una quota di iscrizione.

Semplice, pulito ed efficiente. Niente passaggi o parentele con organizzazioni pubbliche. Un singolo privato che crea un’opportunità per fare incontrare domanda (di servizi o prodotti dai mercati esteri) e offerta (delle nostre aziende).

“Sono orgoglioso di essere stato il promotore del World Expo Commissioners Club, la cui sede è proprio all’interno del nuovo spazio eventi in Piazza Duomo 21. Il Wecc è un club internazionale ed esclusivo dedicato ai Commissari, Vice Commissari dei Paesi partecipanti all’Expo, ai Delegati Bie, ai Diplomatici con l’obiettivo di creare networking tra i vari Paesi e condividere le diverse esperienze, prima e durante l’Expo e a seguire, per le Esposizioni Universali future. Non abbiamo interesse o ambizione di sostituirci o anche solo confonderci con qualunque entità governativa o pubblica italiana che svolge mansioni simili. Ho creato questo club, di per sé un’associazione senza scopo di lucro, con una visione semplice: far incontrare chi ha interesse a comprare servizi o prodotti con chi vuole venderli”, spiega Alessandro Rosso, del gruppo omonimo.

Con alle spalle una azienda solida, utili in crescita, e circa 40 realtà che seguono differenti aree del B2B il progetto di Rosso sembra candidarsi ad essere una soluzione flessibile e pratica per tutte quelle Pmi che, non trovando un dialogo effettivo (che faccia far soldi tanto per essere chiari) nelle organizzazioni della pubblica amministrazione, hanno necessità di vendere e trovare nuovi mercati. Mi viene da domandarmi (e ammetto lo spero) se questo semplice progetto possa candidarsi ad essere una alternativa privata di successo per tutti gli imprenditori che, ignoranti sul “mondo fuori”, abbiano interesse a crescere.

@enricoverga