Una gestione “illecita e criminale” della discarica Indeco di Borgo Montello, in provincia di Latina. Un “vero e proprio saccheggio” di risorse pubbliche e del territorio, senza che “nessun segmento della filiera sia stato risparmiato all’illecito”. È quanto scrive il pm Luigia Spinelli, coadiuvata nelle indagini dalla squadra mobile di Latina, nella richiesta di arresto per quattro membri della famiglia Grossi, proprietari del gruppo lombardo Green Holding con sede a Segrate nel milanese – che controlla la società Indeco – e per tre manager del gruppo. Ai domiciliari con l’accusa di truffa aggravata agli enti pubblici, frode in pubbliche forniture e falso ideologico sono finiti Andrea Grossi, figlio di Giuseppe Grossi “re delle bonifiche” lombardo coinvolto nel 2009 nello scandalo della bonifica gonfiata del quartiere Santa Giulia di Milano (e morto nel 2011), le sorelle Paola e Simona Grossi, la madre Rina Marina Cremonesi e i manager di Indeco Ernesto D’Aprano e di Green Holding Vincenzo Cimini e Paolo Titta.

Secondo gli inquirenti i manager di Green Holding (la cui controllata Ambienthesis si è aggiudicata i lavori di bonifica delle ex aree Falck di Sesto San Giovanni avrebbero gonfiato i costi di gestione della discarica di Borgo Montello “inducendo in errore la Regione Lazio in merito alla correttezza delle voci di spesa per la quantificazione della tariffa del conferimento dei rifiuti”. Costi inesistenti che venivano fatti ricadere sulle spalle dei comuni del Lazio che smaltivano i rifiuti a Borgo Montello, imponendo una tariffa “ideologicamente falsa, in quanto inclusiva di costi fittizi” di 61,5 euro a tonnellata. L’“ingiusto profitto” per Indeco, solo per la gestione dell’invaso S8 negli anni 2010-2013, è stato di quasi 3 milioni di euro. E le indagini potrebbero allargarsi anche alla Regione Lazio, la cui azione di controllo viene definita dal pm “inefficace salvo ulteriori approfondimenti investigativi”.

I costi gonfiati dalla società “Alfa Alfa”

Andrea Grossi, D’Aprano, Cimini e Titta erano stati già arrestati per peculato – e poi scarcerati dal tribunale del Riesame – il 16 ottobre 2014 con l’accusa di aver fatto sparire in Lussemburgo 34 milioni di euro di soldi pubblici che sarebbero dovuti servire al risanamento della discarica di Borgo Montello, e finivano invece a tre società di diritto lussemburghese, Adami Sa, Double Green Sa e Green Luxemburg Sa. In quel caso il gip di Latina osservava come la sottrazione di soldi pubblici fosse avvenuta “nella sorprendente e per questo inspiegabile inerzia degli organi amministrativi statali deputati al controllo, Regione Lazio in primo luogo”. Proprio dai documenti sequestrati lo scorso ottobre nelle sedi delle società di Green Holding dagli agenti della squadra mobile di Latina, coordinati dal vicequestore Tommaso Niglio, sono emersi nuovi elementi a carico degli indagati. Una condotta fraudelenta che – secondo il pm – sarebbe ancora “in atto per l’autorizzazione della tariffa per il nuovo invaso S9” della discarica di Borgo Montello, sintomo di una “pervicace volontà degli indagati di depredazione del territorio e delle risorse della collettività”.

Al centro della truffa contestata a Green Holding è la società “Alfa Alfa” con sede a Inzago (Bg), “riconducibile nella misura del 100% alla famiglia Grossi”, che fornisce a Indeco i mezzi per la gestione della discarica di Borgo Montello. Il pm Spinelli elenca i prezzi del noleggio imposti (in un giro tutto interno a società dei Grossi) ad Indeco: un compattatore acquistato da Alfa Alfa per 48mila euro, ad esempio, veniva noleggiato per sette anni a Indeco per 1milione e 488mila euro; una pala cingolata da 25mila euro poteva arrivare a costarne 446mila. E così via, fino a determinare una “penalizzazione economica” di Indeco per quasi 11 milioni di euro, anche se non vi erano “impedimenti a una cessione diretta” dei mezzi da parte delle altre società del gruppo Green Holding. I costi inesistenti sarebbero serviti per gonfiare la tariffa rifiuti calcolata dalla Regione Lazio. Centrale, secondo gli inquirenti, il ruolo della società di revisione contabile di Indeco, la Vitucci Fausto & C. – che “certifica, tra l’altro, anche i bilanci ordinari e consolidati del gruppo Green Holding” – che avrebbe rilasciato “false certificazioni” e non sarebbe stata scelta, come prevede la legge, dalla Regione secondo una procedura di “rotazione” dei revisori contabili.

Elicotteri, barche e auto d’epoca

Oltre agli escavatori e alle pale meccaniche, la società Alfa Alfa è in possesso di un patrimonio ben più “prestigioso”. Fondata nel 1989, controllata al 50% da Andrea Grossi e dalla Adami srl (derivazione italiana della controllante lussemburghese Adami Sa, a sua volta controllata dalla Raps Sas della madre Rina Marina Cremonesi, che controlla indirettamente la capofila del gruppo industriale Green Holding), possiede parte della “collezione privata” della famiglia Grossi: 11 milioni di euro di “autovetture e moto d’epoca”, 5 milioni di automobili e moto, imbarcazioni per un valore di 1 milione, un elicottero da 131mila euro. Era nota la passione del patron del gruppo Giuseppe Grossi per le auto d’epoca e sportive (“Venti Ferrari, svariate Lamborghini, Fiat Balilla e moto Guzzi” raccontava il Corriere nel 2009) e per gli orologi. Un’attrazione per i beni di lusso condivisa dal figlio Andrea, che intercettato nel giugno scorso dalla polizia di Latina progettava di impiegare i soldi riservati alla gestione del “post mortem” della discarica Indeco in Lamborghini (da immatricolare in Polonia) e nella ristrutturazione dello storico castello di Brignano Gera D’Adda di proprietà di Green Holding, nel bergamasco. Lontano da Borgo Montello, dove i magistrati indagavano sull’“attività predatoria nella gestione della discarica”, nella campagna del sud pontino.