Cento anni esatti. È la somma delle condanne inflitte ieri pomeriggio dal Tribunale di Torino a dodici ‘ndranghetisti, una somma che porta a oltre mille gli anni di carcere per i presunti appartenenti della ‘ndrangheta in Piemonte scoperti grazie alle operazioni Crimine, Minotauro, Albachiara, Colpo di CodaEsilio. La quinta sezione penale, presieduta da Giulia Casalegno, ha stabilito pene comprese tra i sette anni e gli undici anni e otto mesi per i presunti componenti della locale di Chivasso (Torino) e di Livorno Ferraris (Vercelli), arrestati il 23 ottobre 2012 con l’operazione “Colpo di coda”. Molti dei quali, come emerge da un documento storico messo agli atti, sono i diretti discendenti di esponenti dell’organizzazione criminale calabrese trapiantati nel Nord ovest già negli anni Trenta del secolo scorso. Per tutti l’accusa sostenuta dai pm Monica Abbatecola, Giuseppe Riccaboni e Roberto Sparagna era di associazione a delinquere di stampo mafioso aggravata dal possesso di armi.

La pena più alta – 11 anni e 8 mesi – è andata a Pietro Marino, padre di Antonino (9 anni di carcere per lui) e Nicola (7 anni e 4 mesi). Condanne alte pure per Ferdinando Cavallaro (10 anni e 6 mesi) e Antonino D’Amico (10 anni). Vincenzo Giuseppe Caglioti dovrà scontare 8 anni e mezzo; 7 anni e 4 mesi Giuseppe D’Amico e Massimo Benedetto e 7 anni suo fratello Walter. Stessa condanna pure per i fratelli Michele e Salvatore Dominello: “Da due anni siamo in carcere senza aver fatto niente. Pure le pietre sanno che siamo innocenti”, hanno gridato (in calabrese) da dietro le sbarre parlando con il padre Saverio, che ha due vecchie condanne alle spalle. “Sono schifato. Mi vergogno di essere italiano”, ha detto.

“Colpo di coda” è il proseguimento di “Minotauro”, che nel 2011 aveva scoperchiato la presenza della ‘ndrangheta a Torino e nella provincia. I carabinieri, approfondendo il tentativo di infiltrazione mafiosa nell’amministrazione comunale di Chivasso, hanno scoperto nuovi sospettati. Per le difese però questa nuova indagine non aveva fatto emergere riti di affiliazione, né riunioni: non c’erano prove, ma solo un indizio ritenuto poco significativo, la “colletta” fatta per raccogliere denaro da inviare ai compari arrestati nel 2011. Per i giudici non è così e non è stato così neanche per il gup Roberta Vicini che un anno fa aveva condannato altri sei indagati, gettando ombre pure sui politici in contatto con loro.

Agli atti del dibattimento c’è poi un documento storico che dimostra il trasferimento della ‘ndrangheta in Piemonte e mette in evidenza i vincoli di sangue tra i condannati di oggi e esponenti dell’organizzazione criminale vissuti quasi un secolo fa. È una sentenza della Corte d’appello di Reggio Calabria datata 1934, trovata dal pm Sparagna nell’archivio di Stato a Messina. Tutto nasce da un’intercettazione di Pietro Marino che spiega all’amante che cos’è la ‘ndrangheta ricordando i processi subiti dal padre Nicola. Per dimostrare che l’imputato ne ha una conoscenza diretta il pm ha cercato la prova all’archivio di Reggio e poi a quello di Messina scovando una sentenza sulla ‘ndrangata (sic) del rione Armo di Gallina. Qui l’organizzazione “chiedeva lire cinque per ogni discarica di piroscafo”. Per allontanare un ‘ndranghetista rivale che aveva chiesto il pizzo in quella zona, il gruppo “passa alla riscossa”, rapina l’avversario di 85 lire e gliene rende cinque perché “il forestiero non va mai lasciato senza soldi”, così che possa andarsene. Ma lo “straniero” insiste e viene ucciso. Tra i condannati in quel processo c’erano pure gli antenati di alcuni imputati odierni: oltre a Nicola Marino, padre di Pietro e nonno di Nicola e Antonino, c’è Antonio D’Amico, padre di Giuseppe D’Amico e nonno di Antonino, e c’è Bruno Trunfio, classe 1913, padre di Pasquale, ex capo locale di Chivasso, e nonno di Bruno Trunfio, ex assessore comunale di Chivasso condannato nel processo “Minotauro”. Una tradizione familiare che, stando all’ultima condanna, continua.