“Adesso basta annunci!” annuncia Matteo Renzi il giorno dopo le elezioni. L’accelerazione sul Jobs Act serve al premier per archiviare la vittoria mutilata che liquida sbrigativamente: “Queste elezioni non avranno ripercussioni sul mio governo”. Continuerà a far finta che Alfano e Berlusconi rappresentino milioni di italiani.

Il dato, però, preoccupa i vertici del Pd, che in Emilia Romagna ha più che dimezzato i voti rispetto alle europee. Il neoeletto presidente renziano Bonaccini commenta: “Ce l’abbiamo messa tutta”. Ma non sapevano dove trovarli altri 80 euro. “Servivano slogan più convincenti per gli elettori”. “Soddisfatti o rimborsati” lo avevano già usato per i consiglieri regionali. L’astensione galoppa, ma Renzi raccomanda ai suoi di non dar segno di preoccuparsene. Immagino le riunioni: “Diremo che l’astensione è un problema secondario”. Boschi: “Giusto Matteo! Il problema principale semmai sono i milioni che non sono andati a votare!”. “Non capisco come sia possibile che due elettori su tre non abbiano votato. Pur potendo scegliere tra tre o quattro diversi centrodestra!”.

Alle regionali del 1995 aveva votato l’89 per cento degli aventi diritto. Nel 2000, l’80 per cento. Nel 2005 il 77 per cento, nel 2010 il 68 per cento. Nel 2014 solo il 37 per cento: nel 2020 può vincere Alfano con il 2 per cento. È un non-voto politico, osservano gli osservatori: non è frutto di disinteresse, serve a dare un segnale.

Non votare per dare un segnale a chi ci governa tutti grazie ai voti dei pochi che lo hanno votato è una cosa legittima, che non ha mai funzionato. Perché il potere e le risorse affidati a chi sale al governo non vengono ridimensionati in funzione del ridursi dei suoi elettori. Nonostante “l’avvertimento” che ha voluto lanciargli il popolo di centrosinistra che non è andato a votare, Renzi resta libero di fare accordi con Verdini e con Berlusconi acciaccato dal voto, dalle condanne, dall’età, dall’uveite che si aggrava (scambia di nuovo le minorenni per maggiorenni). Il non-voto degli elettori ha la stessa forza del non-voto dei cuperliani e dei dissidenti Pd (rientrati i bersaniani, che ieri hanno votato a favore del Jobs Act. “Lo smacchiamo!” era riferito all’Articolo 18). I dissidenti sono usciti dall’aula invece di votare contro – come hanno fatto i civatiani: Civati e un altro – al provvedimento, riguardo al quale, dice Renzi, “Non ho ceduto al Nuovo Centro Destra”. Sacconi conferma: ha ceduto a quello vecchio.

il Fatto Quotidiano, 26 Novembre 2014