Il “crescente successo” di partiti populisti, antieuropei e contrari alle riforme “potrebbe spingere i partiti al governo a ridurre l’ampiezza, la profondità e la velocità delle riforme e del risanamento di bilancio”. Lo sostiene Moody’s nel suo Outlook 2015, in un paragrafo in cui si sofferma particolarmente su Italia e Francia, i cui governi “hanno già ridimensionato le proprie ambizioni”. Una tendenza che non sarà certo frenata dall’ultimo risultato elettorale, che ha imposto Matteo Salvini come possibile leader del centrodestra. Proprio mentre, sempre secondo l’agenzia di rating, “i governi della periferia dell’Eurozona hanno fatto molto, ma i piani di consolidamento di bilancio e riforme restano incompleti, specialmente in Italia”. Il verdetto di Moody’s arriva peraltro a poche ore dall’uscita, sul Financial Times, di un articolo che sottolinea proprio i rischi per le riforme derivanti dalla scarsa partecipazione al voto e dalla ripresa della Lega Nord. Fattori che “indicano una crescente insoddisfazione degli elettori italiani nei confronti dei piani di riforma del premier Matteo Renzi“, si legge nel commento di James Politi, intitolato “Le elezioni regionali sono un avvertimento per Renzi”. Secondo il corrispondente da Roma, nonostante la “agevole” vittoria del Pd “i risultati sollevano domande importanti sul reale sostegno agli sforzi del governo di trasformare la politica italiana”.

Non solo: il quotidiano finanziario, che dopo un’iniziale apertura di credito nei confronti di Renzi nel corso dell’anno ha cambiato opinione e espresso giudizi molto duri sulle “ricette” del premier per far ripartire il Paese, ritiene che il sostegno degli italiani verso l’esecutivo “stia iniziando a svanire a causa della persistente debolezza economica e dei grandi scontri tra il governo e sindacati contrari alla riforma del lavoro proposta da Renzi”.

“L’Italia è uno dei Paesi più vulnerabili ai cambi di umore degli investitori internazionali”

Tornando all’analisi di Moody’s, la società sottolinea che la situazione di Roma e Parigi minaccia la crescita futura e lascia i Paesi più vulnerabili ai mercati. E questo a dispetto del sostegno già messo in campo dalla Bce e di quello, ulteriore, promesso dal suo presidente Mario Draghi, che è tornato a confermare la possibilità di acquistare titoli di Stato per sostenere la debole ripresa. Cosa che negli ultimi giorni ha spinto le Borse e fatto calare il differenziale di rendimento tra i Btp italiani con scadenza a dieci anni e gli equivalenti tedeschi (in gergo spread). Nonostante le mosse dell’Eurotower, scrive l’agenzia, “l’Italia è uno dei Paesi dell’Eurozona più esposti” a un potenziale cambiamento nei flussi finanziari, “dato un fabbisogno lordo di finanziamento del debito stimato a circa il 29% del Pil nel 2015″ e un debito per il 34% nelle mani di investitori stranieri. E’ sufficiente che il loro umore cambi, e che da un momento all’altro giudichino meno appetibili i titoli pubblici italiani, per mettere a rischio la sostenibilità del nostro debito. Stesso discorso per la Spagna, con il suo 20% di fabbisogno lordo e il 41% del debito pubblico in mani straniere.

Intanto anche l’Ocse, nell’Economic outlook diffuso proprio martedì, lancia un nuovo allarme sul livello di indebitamento dell’Italia, parlando di “vulnerabilità significativa” e evidenziando che “non appena la crescita sarà migliorata occorrerà incanalare le maggiori entrate fiscali nella riduzione del deficit“. Le previsioni dell’organizzazione, in linea con quelle della Commissione Ue, danno il nostro debito 2015 al 132,8% del Prodotto interno lordo. Ma l’organizzazione parigina non prefigura alcuna inversione di rotta per l’anno successivo: nel 2016, anzi, la “zavorra” toccherà il 133,5% del Pil, pur rimanendo “sostenibile nel medio termine”. L’aumento, ha precisato il capo economista Catherine Mann, è fortemente legato alla debolezza della crescita: se il denominatore non sale non c’è modo di uscire dalla trappola. E per l’Ocse l’anno prossimo davanti al nostro pil tornerà sì il segno più, ma con un progresso limitato allo 0,2 per cento.

Tuttavia proprio sulla ripresa del Pil italiano la stessa Moody’s ha espresso due settimane fa forti dubbi, spiegando che il 2015 non sarà necessariamente il primo anno di ripartenza dopo 13 trimestri di recessione: nello scenario più negativo la nostra economia potrebbe contrarsi ancora dello 0,5 per cento. Perché “l’effetto delle riforme sarà positivo ma graduale” e ci sarà “bisogno di tempo per vederne i benefici”, in particolare sul fronte dell’occupazione e dei consumi.