Un grande albero non teme di restare in ombra. È un principio della botanica, ma vale altrettanto per la politica. Un grande leader sceglie collaboratori alla propria altezza, non ha paura che la sua statura sia messa in discussione da chi gli sta accanto. Anzi, capisce che il lavoro di squadra, la capacità di riporre fiducia negli altri, di delegare sono elemento fondamentale del successo di un disegno politico. Riconosce nella critica leale un valore. Di più: uno statista che ha cari i propri ideali, prima del successo personale, cerca figure degne cui passare il testimone.

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Non succede in Italia, e non tanto perché il culto della personalità porti sempre un uomo solo al comando. I limiti dei nostri leader sono spesso rivelati dalle loro corti. Ancora una volta Silvio Berlusconi è il prototipo. Non bisognava aspettare il suo naufragio politico, giudiziario e umano per capire dove avrebbe portato il Paese. Bastava vedere di chi si era circondato: Cesare Previti, Marcello Dell’Utri, erano più che sufficienti. Ma oltre i boss, c’era quella selva di figure premiate non per le qualità, ma per un’obbedienza che somiglia alla sottomissione. Gente di cui il potere esagerato rivelava i limiti, più che la grandezza. I Gasparri, i Letta, i Bonaiuti. Nomi che nel sentire comune sono quasi diventati aggettivi qualificativi. È un limite non soltanto berlusconiano. Basti pensare al centrosinistra di marca dalemiana, con il lider Massimo che anche in questo somigliava al suo acerrimo alleato politico. Ma neanche in questo, povero D’Alema, è riuscito a uguagliare Berlusconi: scandali da pochi spiccioli, festini sfigati.   

E Beppe Grillo? Anche lui rivela i propri limiti nella scelta dei collaboratori. Basta guardare i criteri studiati per scegliere i candidati alle elezioni. Dovrebbero servire per selezionare una classe dirigente totalmente nuova; qualche volta ci riescono, vedi i Fico, i Di Maio. Ma soprattutto sembrano studiati apposta per evitare che nel Movimento emergano figure forti, fedeli agli ideali prima che al leader. E chi alza la testa, tipo Pizzarotti, resta giù dal palco.   

Fino a lui, a Matteo Renzi, ovviamente. Non era necessario, forse, veder naufragare le sue promesse per capirne i limiti. Bastava, nei primi giorni, guardare le foto di gruppo dei suoi fedelissimi. Politici di mestiere, gente che tutta insieme ha lavorato meno di un solo operaio a fine carriera. E adesso si apre la partita del Quirinale. Occasione irripetibile per scegliere una personalità che abbia testimoniato nella sua vita i valori della Costituzione. O per affidarsi a qualcuno che non faccia ombra. Una Pinotti che gode della simpatia di Fincantieri e Finmeccanica e raccoglie endorsement di giornalisti amici. “Pinotti perché no?”, scrivono. Forse dovrebbero dirci perché sì.

Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 25 novembre 2014