Quasi cinquecentomila euro “a titolo di equo compenso per prestazioni di lavoro autonomo di natura giornalistica”. È il pagamento accordato dalla Sezione per le controversie di lavoro della Corte d’Appello del tribunale de L’Aquila a un ex collaboratore de Il Messaggero. Un rimborso messo nero su bianco e destinato a diventare una pietra miliare nella battaglia sulla giusta retribuzione dei collaboratori delle testate giornalistiche. Tanto da far esultare il presidente dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino, che ha pubblicato l’intera sentenza d’appello commentandola così: “C’è un giudice a L’Aquila. Un giudice, la Corte d’Appello, che spazza via, appunto, l’indecente intesa tra Fieg e Fnsi del 19 giugno 2014, l’accordo della vergogna che ha annullato anni di sforzi dell’Odg, stabilendo che si può vivere con tremila euro lordi l’anno”. Soldi che “non bastano per il pane”, era stata la definizione dello stesso Ordine al momento della firma dell’accordo sui contratti di collaborazione coordinata e continuativa, ovvero i cococo.

In attesa dell’ultimo grado di giudizio, il protagonista di questa vicenda si dimostra più cauto, pur convinto che la sentenza sia un passo avanti importante. Roberto Almonti ne ha viste troppe finora: “Sono contento dal punto di vista normativo, perché un giudice scrive, e purtroppo dev’essere un giudice a farlo, che siamo persone con una dignità lavorativa – racconta a ilfattoquotidiano.it. – Il Messaggero aveva chiesto la prescrizione, tuttavia due gradi di giudizio hanno riconosciuto che in questo caso la prescrizione non esiste”. Ma poi aggiunge: “Combatto da sei anni e credo che ne passerà ancora qualcuno, visto che finiremo in Cassazione. Per il momento non ci saranno effetti pratici, ma resta un successo per la categoria”.

La storia di Almonti, giornalista professionista, inizia nell’aprile del 1996, quando diventa collaboratore delle pagine locali del quotidiano della famiglia Caltagirone dopo un’esperienza nella redazione de Il Centro e una carriera partita a metà anni ‘80. Riavvolge il nastro: “Mi occupavo di cronaca nera e giudiziaria. Avevo un accordo che stabiliva il mio compenso in circa due milioni di lire al mese. Ho preso quello stipendio per qualche tempo, poi non hanno più rispettato un patto preso sulla parola. Nel corso degli anni ho subito due riduzioni di prezzo stabilite unilateralmente. Facevo notturni e festivi. Avrò scritto circa 6500 pezzi. Poi ho detto basta”. La collaborazione si interrompe il 30 settembre 2007. Oggi dirige un’agenzia di comunicazione ed è direttore dell’emittente abruzzese TelePonte.

Nella sentenza gli introiti ricavati dal cococo con Il Messaggero sono scritti chiaramente: 119.363,63 euro. Il compenso medio, pur ricoprendo un ruolo importante nell’edizione di Teramo de Il Messaggero (come sottolineato dalla stessa sentenza), era di circa 870 euro al mese. I giudici hanno quindi deciso – affidando la perizia all’Ordine abruzzese – che ad Almonti spettano ancora 494.846,46 euro in base al tariffario nazionale su articoli, servizi e notizie. “Una decisione clamorosa che sarà di aiuto al Tar che il 26 gennaio sarà chiamato a decidere nel merito per la causa promossa dall’Odg, che ha portato davanti ai giudici i firmatari dell’intesa del 19 giugno 2014 sull’equo compenso: Governo, Fnsi e Fieg”, conclude Iacopino. In attesa della parola fine, Alimonti lo dice chiaro e tondo: “Finalmente qualcuno inizia a mettere dei paletti e dà voce ai collaboratori che non ne hanno. Ma fanno i giornali”.