Quattro diversi piani di morte, messi a punto da Cosa Nostra, per uccidere il giudice Giovanni Falcone. Attentati studiati già a partire dal 1983, l’anno dell’assassinio di Rocco Chinnici, primo ideatore del pool antimafia. Lo ha raccontato Giovanni Brusca, il boss di San Giuseppe Jato, da quasi quindici anni diventato collaboratore di giustizia, che ha deposto come testimone al processo denominato Capaci bis, quello nato dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza. “Per Falcone c’era una squadra che si stava muovendo a Roma e che doveva ucciderlo con armi convenzionali e una seconda che progettava di uccidere il magistrato a Palermo, con un’autobomba” ha raccontato Brusca, all’aula bunker del carcere romano di Rebibbia, dove la corte d’assise di Caltanissetta si è trasferita per ascoltare il collaboratore di giustizia.

“Nell’83 – ha spiegato Brusca – lavorai al pedinamento di Falcone, che veniva seguito quando usciva di casa e andava al tribunale e si progettò anche di imbottire un vespino di tritolo per farlo esplodere. Poi ho saputo, nell’87, di un progetto per colpire Falcone ed era stato preparato un bazooka che fu trovato in campagna, come mi raccontò Di Maggio, ma il progetto non fu portato a termine. Poi ci fu l‘Addaura e quindi l’ipotesi di poterlo uccidere a Roma nel 1991, utilizzando però armi convenzionali”. Nel febbraio del 1992, però, arriva il contrordine direttamente da Totò Riina: Falcone va assassinato in Sicilia e in modo spettacolare.

“La genesi di tutto – aveva detto Spatuzza, deponendo al processo sulla Trattativa all’aula bunker del carcere romano di Rebibbia – è quando si decise di non uccidere più Falcone a Roma con quelle modalità e si torna in Sicilia: lì cambia tutto e poi non c’è solo mafia”. Il contrario di quanto detto oggi da Brusca. “Cosa Nostra decise e Cosa Nostra fece?”, gli hanno chiesto i pm. “Per me sì”. A Capaci, per l’Attentatuni, c’è proprio Brusca a premere il telecomando, facendo detonare 400 chili di tritolo nascosti sotto l’asfalto dell’autostrada. “Decidemmo di preparare l’attentato a Giovanni Falcone a Capaci, in autostrada perché farlo a Palermo avrebbe potuto comportare il rischio di uccidere vittime innocenti”, ha spiegato Brusca, raccontando anche che inizialmente la cupola aveva pensato di eliminare il giudice del maxi processo piazzando l’esplosivo “nei cassonetti della spazzatura nei pressi della sua abitazione”. “Quando Riina – ha ricordato il pentito – mi diede l’incarico di occuparmi di Falcone nel 1992 io entrai in contatto con il gruppo di Biondino, Raffaele Ganci e Totò Cancemi. Il primo mi parlò dell’idea di utilizzare un sottopasso e gli altri due mi parlarono di un cassonetto vicino l’abitazione del magistrato. Io però potevo scegliere”.

Un capitolo importante della deposizione di Brusca è quello dedicato all’esplosivo utilizzato nell’attentato: Spatuzza aveva infatti raccontato di avere recuperato parte del tritolo utilizzato a Capaci da Cosimo D’Amato, un pescatore di Porticello che lo aveva ricavato da alcuni ordigni risalenti alla seconda guerra mondiale recuperati nei fondali del golfo di Palermo. Il grosso dell’esplosivo, però, sarebbe stato recuperato da alcune cave nell’entroterra della provincia palermitana. “Riina sapeva che io avevo in disponibilità quello della cava Inco di Camporeale. Lo usammo anche per altri attentati. Ma avevamo più forniture: oltre a quello recuperato dalla cava Inco, c’era quello portato da Biondino. Di questo esplosivo mi parlò anche Riina dicendo che proveniva dai pescatori, Riina mi disse anche che l’esplosivo usato per le stragi di Capaci e di via D’Amelio proveniva dai picciotti di Brancaccio e che era stato ricavato dai residuati bellici. Me lo consegnò personalmente Salvatore Biondino, io non ho mai visto Giuseppe Graviano portarmi il tritolo”.

Il racconto che Brusca traccia della strage che uccise Falcone, la moglie e cinque agenti della scorta è dettagliatissimo. “Non ci fu un’unica esplosione, ma una serie di esplosioni, sei o sette, a ripetizione: la prima partita dal centro della carreggiata, e poi altre laterali”. Particolare che sembrerebbe suggerire la presenza di più cariche sotto l’asfalto di Capaci. “Quando arrivò il corteo di Falcone io non schiacciai il telecomando e Antonino Gioè per tre volte mi disse: vai, vai, vai. Non so perché. C’era qualcosa che mi diceva di non farlo. Poi schiacciai il telecomando”. Brusca ha sempre dichiarato in pratica di aver avuto un attimo di esitazione prima di attivare il telecomando di morte per Falcone: la strage dunque sarebbe scattata in ritardo. Una testimonianza che però sembra essere smentita dalla dinamica della strage: l’esplosione infatti travolge in pieno solo la prima delle auto del corteo di scorta, mentre l’auto su cui viaggia il magistrato rallenta sensibilmente la velocità di crociera perché Falcone stacca le chiavi dal cruscotto. Se dunque Brusca avesse davvero avuto un attimo di esitazione, l’auto di Falcone sarebbe comunque stata colpita in pieno. Così non è stato: e la storia d’Italia cambiò completamente volto.