Meno del previsto. Il 37,6 per cento dei votanti, nell’Emilia Romagna che fu la culla di una sinistra, quando quel termine non aveva solo un valore simbolico, ma si traduceva in senso del dovere e civico, è uno schiaffone a un Paese che ha più di un problema a rialzarsi. E se il vispo Matteo Renzi avrà modo, maniera e trasmissioni tv per vendere un’altra visione (ha già iniziato a tarda notte), più difficile diventerà il lavoro di Stefano Bonaccini, vincitore senza poterlo dire a voce alta e senza possibilità di festeggiare con lo champagne. Al limite uno spumante da discount. Da ex bersaniano gli toccherà deglutire, come fu per Pier Luigi Bersani, la più fredda delle vittorie.

Era nelle previsioni, visto che su 50 consiglieri regionali uscenti 41 sono indagati per e pronti per il rinvio a giudizio con l’accusa di peculato. Cosa potevano pretendere i politici, si fa per dire, che avevano scelto una classe dirigente in preda da shopping a luci rosse coi soldi pubblici? Poco c’era da chiedere anche a quegli elettori che si sono trovati un presidente della giunta regionale dimissionario, Vasco Errani, causa condanna in secondo grado a un anno di reclusione per falso.

Sono fattori che pesano sul voto. Come ha pesato l’incapacità dei politici di aiutare una terra a rialzarsi dal terremoto. In 2600 vivono ancora nelle baracche. Con dignità gli emiliano romagnoli restano spettatori, ma nel chiamarli a votare lo schiaffo era difficile che lo trattenessero. Uno schiaffone per tutti. Nessuno escluso. Neppure (forse il primo della lunga lista di sconfitti) il Movimento 5 stelle che a Bologna aveva trovato la forza per volare e si è dovuto difendere dall’infortunio di due consiglieri regionali, Giovanni Favia e Andrea Defranceschi, che, nonostante l’espulsione, non trovano al loro vecchio gruppo e a Beppe Grillo nessuna possibilità di alibi.

I giornali, in queste ore, sono andati a cercare le parole di Romano Prodi, come se potesse salvare lui una nave incagliata sulle secche, ma non possiamo dimenticare che solo un anno e mezzo fa il professore è stato schiaffeggiato proprio dal suo vecchio partito, il Pd, sulla strada del Quirinale. Non c’è nessun capitano da invocare. Ma davvero qualcuno pensava che a Bonaccini, bastasse un cambio di casacca è una nuova montatura degli occhiali per potersi rifare una verginità? Bonaccini era segretario di quel Pd che scelse i vecchi consiglieri regionali, tutti, dal primo all’ultimo, e di quei parlamentari che contribuirono a impallinare Prodi. Paga, seppur in minima parte, anche questo il Pd.

Si sieda pure in Regione il vincitore. A lui, che sapeva bene a cosa andava incontro, tocca però dimostrare di essere il presidente di tutti, di quelli che non hanno votato per il suo partito e quei 6/7 elettori su 10, un’infinità, che sono rimasti a casa. Ci vuole sangue freddo. Come quello che deve dimostrare Grillo, ora che il vento non gli soffia più in poppa: far tesoro degli errori e cercare di rimediare. L’espulsione a tempo scaduto, quella di Defranceschi, non poteva bastare.