Virtuous or Vitriolic”, è il titolo di uno studio svolto dal ricercatore universitario Arthur D. Santana all’Università di Houston sul grande tema dei commenti ai giornali online. Attraverso l’analisi del contenuto di centinaia di commenti, pubblicati su 11 differenti testate per una questione legata all’immigrazione, lo studio ha determinato l’influenza dell’anonimato nel grado di inciviltà dei messaggi: il 53,3% dei commenti anonimi si sono dimostrati volgari, razzisti, profani o incitavano all’odio, mentre solo il 28,7% dei commenti non anonimi si sono dimostrati altrettanto incivili. Di recente Re/code, rivista che si occupa di tecnologia, ha rimosso la sezione dei commenti dal proprio sito. Discorso simile è valso per la storica agenzia Reuters, che proprio questo mese ha abilitato i commenti per le sole sezioni delle opinioni e dei blog. In Italia, Internazionale si è mossa nella stessa direzione, scegliendo la via della rimozione totale.

Evidenziare su base empirica la correlazione tra anonimato e inciviltà dei commenti online rivela in realtà poco di nuovo all’orizzonte. Sotto il velo del nickname o dello pseudonimo, anche l’ultimo degli ultimi riscopre storicamente il perverso piacere del grido, dell’insulto, della veemenza verbale. Come l’alcool, l’anonimato è la droga che disinibisce gli insicuri. Il che è un bene, fin quando si tratta di dare spazio ad argomentazioni controverse e impopolari, ma comunque sentite dall’utente incerto. Il problema sopraggiunge quando celare l’identità diventa l’espediente per iniettare veleno online senza temere ripercussioni. Come noto l’inciviltà può fungere da barriera all’ingresso per i commentatori più responsabili. Se i vari talk show all’italiana hanno insegnato qualcosa, è che nella fossa dei leoni vince chi urla di più, non l’argomentazione più solida. E in questa fossa digitale anche il più intraprendente degli internauti può essere demotivato a partecipare alla conversazione. Dopotutto, perché rovinarsi 5 minuti di umore per una bagarre che non porterà a nulla?

Alcuni quotidiani hanno allora provato a combattere lo spauracchio del trolling collegando il proprio sito a Facebook. Nulla di fatto: anche con nome e cognome, le aree preposte ai commenti online possono comunque divenire insostenibili campi di battaglia. Tralasciando il fatto che gli stessi account Facebook possono riportare generalità di fantasia, l’esperienza sul web insegna che il livello della conversazione può essere ugualmente bassissimo. I giornali online si sono trovati così a combattere l’anonimato, cioè un falso nemico. La verità è che alcuni commenti al veleno sono legati a un nome e un cognome che associa con orgoglio la propria identità a tali opinioni, anzi di vergognarsene. Le generalità non aggiungono nulla alla discussione e, a meno di ripercussioni legali, non dicono nulla di rilevante sull’individuo in sé. Per molti utenti la mancanza di anonimato non costituisce un ostacolo, bensì un invito a sciorinare inciviltà con la percezione distorta del “metterci la faccia”.

La piattaforma di social news Reddit ha allora pensato di osare ancora di più. Nella sezione scientifica del proprio sito ha abilitato i commenti solo agli utenti verificati. Per commentare bisogna dimostrare di avere una laurea in materie come Neuroscienze, Biologia, Chimica o Fisica. Per combattere il problema dell’ignoranza di alcuni commentatori la piattaforma ha rimosso i messaggi incivili a monte, scremando gli utenti sulla base dei loro titoli accademici. Indovinate cos’ha scoperto Reddit? Che anche cervelloni e intellettuali pluri-titolati hanno i loro 5 minuti di sfogo quotidiano e possono livellare verso il basso qualunque conversazione scientifica. Inoltre, anche nel migliore dei mondi, questo tipo di moderazione non potrebbe essere applicata alle sezioni generaliste dei giornali online. Disabilitare i commenti per chi non ha conseguito un titolo di studio superiore al Diploma rappresenterebbe l’anticamera del più becero elitarismo digitale. In un simile sistema verrebbe meno qualunque forma di pluralismo, lasciando affogare le aree preposte ai commenti online nella straripante autoreferenzialità dei pochi eletti.

Ricapitolando, piattaforme di comment system come Disqus scontano il problema dell’anonimato. Collegare Facebook al sito non assicura la civiltà dei messaggi. Stesso dicasi per la selezione su base accademica. I filtri automatici? Pagano i difetti degli algoritmi, che senza l’intervento umano non sono sempre in grado di discernere un contenuto volgare da uno rilevante. Cosa resta dunque per il futuro?

Un graduale slittamento della conversazione dai siti dei giornali online a terreni più consoni, come le rispettive pagine Facebook. A giudicare dalle rimozioni in atto, le testate lasceranno “pulite” le pagine degli articoli per dirottare eventuali porzioni di inciviltà laddove le regole di engagement sono gestite da terzi (lo Zuckerberg di turno).

Ma giornali e lettori possono davvero rinunciare a questo valore aggiunto? È grazie ai commenti che molti utenti, nel tempo di un caffè al bar, riescono a farsi un’idea di tutte le posizioni rilevanti attorno a una specifica questione. Questo aiuta la loro comprensione del tema, ampliando il gioco dei punti di vista. Così come non dovrebbe essere il ceto economico o il livello di istruzione a pregiudicare la possibilità di accedere ai commenti, così la rimozione non dovrebbe essere l’unico rimedio contro l’inciviltà. Un mix ben congegnato di filtri informatici e umani dovranno consentire alle piattaforme di escludere il materiale violento o pornografico alla radice. E non può essere tollerata la scusa secondo cui i filtri umani costerebbero troppo ai giornali: una realtà editoriale che crede fermamente nei valori della cultura digitale deve investire in community manager all’altezza. Anche la scuola ovviamente dovrebbe fare la sua parte, educando al digitale e partendo proprio dalla netiquette.

Si è speso tanto in retorica per costruire il mito delle stanze della conversazione, per dimostrare che i giovani giornali online sono meglio dei bisnonni cartacei, che interattivo è meglio di unidirezionale. E allora non si neghi l’accesso agli ospiti educati, che giornalisti distratti dall’eco assordante delle proprie voci non garantiscono un’informazione migliore. Garantiscono solo stanze più vuote.

Errata Corrige

A seguito di una criticità sollevatami su Twitter, segnalo il mio errore in merito al paragrafo dedicato alla sezione Science di Reddit. I cosiddetti “flair” servono unicamente a distinguere gli account verificati e credibili rispetto a quelli comuni. Essendo la sezione dedicata ai commenti aperta a tutti, non ha ragion d’essere l’attacco diretto a Reddit in riferimento all'”elitarismo digitale”. La verifica degli account legittima solo i commentatori titolati, senza escludere tutti gli altri.