Adriano ha uno sfregio sotto l’occhio. Giocavano. Si capisce, sono maschi verrebbe da dire… Ridono, scherzano e dopo un attimo botte da orbi. Ma niente sessismo, per carità.
“Mario, per favore chedigli scusa”. “No perhé oa devo giocae”. 
Incredibile come dall’alto dei suoi tre anni ci tenga ad essere duro e puro, fiero. Non si piega, lui.
“Marioooo!”
Susanna dice che lo istigo alla falsità. A dire qualcosa che non sente, preludio di una vita di ipocrisia. Può darsi. Eppure mi sembra la minima forma di risarcimento da tributare al malcapitato con la ferita in piena faccia, che nemmeno Scarface. 

E non solo. Ho l’illusione che dopo un’infanzia passata a ripetere qualcosa che, forse davvero, nemmeno capisce, un giorno capirà. Capirà che tutti facciamo degli errori. E che qualche volta le conseguenze dei nostri errori impattano sugli altri. Capirà quanto male si può fare con le azioni, con le parole. Forse rifletterà su come si sente chi subisce un torto. E magari gli verrà automatico provare a riparare.

Certo una riparazione solo di parole non è molto. Ma è meglio di niente. Certo, non è tanto di moda chiedere scusa. Non è di moda nemmeno fra gli adulti. Tra genitori e figli poi è davvero impensabile. Eppure se chiediamo ai figli di riflettere sulle loro azioni sarebbe forse utile provare a fare altrettanto noi stessi. Certo poi potranno vederla come una debolezza. Per molti è così: una diminutio capitis inaccettabile.
Per qualcuno di noi è impossibile pronunciare le fatidiche paroline: “ho sbagl..”come Fonzie in Happy days.

Ipocrisia, debolezza, pusillanimità addirittura. Oppure no: è solo imparare a sentire il dolore dell’altro. Sentire il suo cuore. Uno sforzo che richiede grande consapevolezza e solidità. Perchè ci vuole tanta forza per riconoscerci come siamo, per riconoscerci deboli. Mario guarda il fratello momentaneamente mezzo sfigurato. Si fa serio. Poi gli appioppa un bacino bavoso. Di quelli che forse Adriano ne faceva volentieri a meno…

Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 17 novembre 2014