PABLO IGLESIAS, NEW SECRETARY GENERAL OF PODEMOSGli indignados spagnoli, il movimento spontaneo che nel 2011 ha scosso la Spagna sull’onda della primavera araba, concretizzatasi sull’altra sponda del mar Mediterraneo, è diventato un partito. Traducendo lo slogan che ha portato il Presidente Obama alla vittoria ‘yes, we can’, Podemos propone riforme radicali che lasciano in bocca un po’ di sapore di socialismo, per esempio, vietare alle imprese che vanno bene di licenziare i dipendenti; mettere la Banca centrale europea sotto la giurisdizione del parlamento; introdurre la settimana lavorativa di 35 ore per lavorare meno ma lavorare tutti; abbassare l’età pensionabile a 60 anni. 

Ogni tanto la retorica socialista compare anche nel linguaggio usato dal leader appena eletto di Podemos, Pablo Iglesias (che non è parente del celeberrimo cantante Julio). Pablo proviene dalla facoltà di scienze politiche dell’Università Complutense di Madrid, meglio nota nei circoli della destra spagnola come ‘uno dei covi della sinistra’. Innegabile che Podemos, nato appena 10 mesi fa’, sia un movimento ed ora un partito costruito su un’agenda anti establishment, ma non è chiaro neppure a chi lo gestisce se la sua sia una bandiera molto simile a quella che la sinistra sventolava durante la Guerra.

Nonostante l’amicizia e simpatia che corre tra Podemos e la greca Syriza o l’irlandese Sinn Fein e nonostante i buoni risultati riportati da questi partiti nelle elezioni europee di maggio – Podemos 7,92; Sinn Fein 19,52; Syriza 26, 57  – non ci troviamo di fronte alla versione moderna dell’internazionale socialista.

Pablo Iglesias ci tiene a tenere le distanze dalla dicotomia classica destra sinistra, e forse non è un errore dato che dalla morte di Franco il processo di democratizzazione spagnolo è avvenuto sullo sfondo di due partiti, uno di destra, il PP, ed uno di sinistra, il PSOE. Discorso analogo vale per la Grecia, naturalmente, ed anche per l’Italia dove la contrapposizione destra sinistra ha caratterizzato tutto il dopoguerra fino alla caduta del Muro di Berlino. Dato che i resti delle carcasse – perché di questo ormai si stratta ormai – di questi partiti sono ancora presenti nell’arena politica di tutte queste nazioni, la cosa migliore, a detta di Podemos ed altri partiti europei simili, è evitare di confondere l’elettorato parlando invece di destra e sinistra, come ai tempi del ’68, di chi sta sopra e chi sta sotto.

Nel linguaggio di Iglesias come in quello di Alexis Tsipras, il leader greco, la dicotomia è tra quella piccola percentuale di ricchi ed il resto della popolazione, tra Germania e paesi dell’area mediterranea, che tradotto nel linguaggio degli anni Sessanta e Settanta significa rispettivamente tra capitale e lavoro e tra Stati Uniti e le sue colonie europee. Insomma molto poco è cambiato nella sostanza ma molto nell’apparenza e presentazione dei messaggi.

Iglesias è un uomo mediatico, come tutti i leader europei che cavalcano la tigre dell’anti-establishment, da Beppe Grillo al suo alleato Nigel Farage, passa più tempo davanti alle telecamere ed a microfoni che nelle riunioni di partito per formulare visioni politiche future. I programmi economici, sociali e politici vengono messi insieme sulla base delle richieste di una popolazione ormai allo stremo delle forze, vessata da anni di austerità ed impoverita da una recessione ormai trasformatasi in deflazione. I guru sono economisti di grido come Krugman e Stigliz, un tempo membri dell’establishment che hanno abbandonato all’indomani del grande crollo del 2008, quindi niente Marx, Lenin o Mao Tse Tung. Ma anche le tesi o le proposte dei nuovi guru vengono cannibalizzate secondo le lamentele espresse dalla popolazione. Insomma, nonostante si pensi che alle prossime elezioni spagnole Podemos potrebbe superare il 20 per cento, questo balzo non sarà legato ad una visione coerente ed alternativa dell’economia e della politica spagnola, ma ad un malcontento generale nei confronti degli altri partiti.

Eppure il fronte costituito da Podemos, Syriza e Sinn Fein ha tutti i numeri per resuscitare la teoria economica socialista e per adattarla ad un’Europa non più divisa ma unita da un’economia che ormai è destinata a convergere sulla base del modello classico del capitalismo neo-liberista. Insomma, avere il coraggio di giocare la carta socialista vera invece di quella della comunicazione, potrebbe dare all’Europa quella scossa di cui tutti sono ormai convinti abbia bisogno.