I lavoratori dei call center incrociano le braccia e sfilano in corteo per le strade di Roma contro “la delocalizzazione delle aziende che uccide il lavoro in Italia”. “Preferiscono chiudere qui e aprire in Albania o Romania dove il costo del lavoro è minimo”, dice un operatore. “Renzi fa cene che costano mille euro a persona, ma noi con mille euro ci andiamo avanti un mese. Ho ricevuto i suoi 80 euro ma non sono niente, vogliamo certezze”. “Non si può trattare questo lavoro come un impiego temporaneo”, dice il segretario generale della Cgil Susanna Camusso che interviene dopo il concerto finale in piazza del Popolo. “Lavoro in un call center da oltre dieci anni – dice una dipendente di Livorno – ho un contratto a tempo indeterminato con il timore del licenziamento se perdiamo la commessa. All’inizio credevo che sarebbe stato un impiego temporaneo, ma poi è diventato il lavoro che mi ha permesso di fare una famiglia e accendere un mutuo”. “Io ho votato Pd – dice un ragazzo di Palermo -, ma mi sono pentito, con il Jobs Act si continua a parlare di flessibilità ma significa solo aumentare precariato”  di Annalisa Ausilio