Dabiq è il magazine pubblicato da IS in cui si danno indirizzi religiosi, politici e strategici del Califfato. Si tratta di un “ottima” pubblicazione, di qualità, scritta in lingua inglese che si rivolge a un pubblico internazionale attraverso un layout accattivante e moderno. Insomma, in linea con la strategia comunicativa del Califfato.

Di queste settimana sono le notizia del rilancio della legittimità della schiavitù, soprattutto a scapito delle donne yazide che vengono vendute sui mercati (con apposito tariffari) per soddisfare gli appetiti dei jihadisti. Dabiq non poteva non occuparsene per giustificare, sul piano del rispetto della legge coranica, la legittimità della schiavitù di queste poverette, ma non solo. Così sull’ultimo numero, a pagina 14, comincia un lungo articolo che va concludere che “Prima che Shaytān (il diavolo) riveli i suoi dubbi alle menti e ai cuori deboli, uno dovrebbe ricordarsi che rendere schiave le famiglie dei kuffār (infedeli) e prendere le loro donne come concubine è un aspetto fortemente riconosciuto dalla Sharī’ah (legge islamica). Se uno la rifiuta o la deride, è come se rifiutasse o deridesse i versi del Qur’ān e le narrazioni del Protefa (che la pace sia con lui) e quindi rifiutasse l’Islam. Infine, un numero di studiosi contemporanei ha detto che l’abbandono della schiavitù ha comportato un aumento della fāhishah (adulterio, fornicazione, ecc.), perché la Sharī’ah  non prevede alcuna alternativa al matrimonio, quindi un uomo che non può permettersi il matrimonio con una donna libera si trova circondato dalla tentazione del peccato. In aggiunta, molte famiglie musulmane che impiegano domestiche per i lavori di casa, affrontano la tentazione di una proibita intimità e la conseguente zinā tra l’uomo e la domestica. Qualora questa fosse sua concubina la relazione sarebbe legale. Queste ancora sono le conseguenze dell’abbandono della jihād.”

Di fatto, dunque, poiché il mondo moderno è ricco di tentazioni, perpetrate dalle donne, nei confronti degli uomini per non fornicare… facciamocele schiave, che siamo in regola.

L’articolo esprime questi concetti in maniera articolata e coerente con la legge islamica. E’ chiaro che su questo piano non può che esserci uno scontro: di cultura, di valori, di visione del mondo e, per questo, forse anche in armi.

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Al di là della specifica questione, inerente la schiavitù, il diritto della persona, la massima offesa alla donna e via di seguito, è la metodologia della argomentazione che suona improponibile.

Da secoli nel mondo Occidentale si giustifica la sussistenza della norma perché fondata sui valori condivisi che tutela. Ciò significa che il rispetto della norma, e la sua applicazione anche forzosa, si ritrova nel valore alla sua radice: non si ammazza in nome della riconosciuta perfetta integrità di ogni vita umana. Se si commette omicidio è giusto essere puniti non per avere infranto la norma ma perché non si è rispettato un valore fondamentale che permette a ciascuno di noi di riconoscersi nella medesima società.

La prospettiva dell’Islam radicale è completamente diversa: il valore si ritrova nel rispetto della norma in sé. Per esempio, restando sul tema, l’Islam ha legittimato i matrimoni temporanei (un paio d’ore tra matrimoni e divorzio: mut’a cioè il matrimonio di piacere) che permettono il divertimento sessuale in pieno rispetto delle regole. Non certo nel rispetto dei valori che noi anteponiamo, quali la fedeltà, l’onore e altro. Allo stesso modo qualcuno ha avuto l’idea di divertirsi su bordelli volanti… visto che è “sulla terra” che non si deve fornicare.

Insomma, il rispetto formale della norma permette tutte quelle scappatoie che rendono completamente inutile ed eticamente fasulla la norma medesima. Su questa prospettiva c’è uno scontro profondo di visione che non può trovare soluzione, per il quale la contesta affermazione “clash of civilization”, cioè lo scontro di civiltà postulato da Huntington, negata da tanti, è assolutamente vera quando ci si confronta con l’islam radicale.

Rispettare le norme non significa fare giustizia!

Ma ahimè… questa è anche una affermazione recentissima di questi giorni risuonata in italici tribunali: giustificando sentenze per il rispetto del diritto e non della giustizia dicendo “Anche se oggi qui si viene a chiedere giustizia, un giudice tra diritto e giustizia deve scegliere il diritto».

Che la pervasività della cultura di IS sia già arrivata tra noi?