Lo scorso 10 Novembre Alain Gresh, direttore della rivista francese Le Monde Diplomatique, discuteva di politica egiziana in un caffè del centro del Cairo quando la polizia è intervenuta e lo ha portato al commissariato assieme ai suoi interlocutori. “Sono rimasto due ore sotto interrogatorio”, spiega Gresh nel suo racconto sul sito di Al Jazeera English. “Mentre stavamo al caffè, una donna accanto a noi ci ha accusato di voler distruggere il paese e ci ha segnalato alle forze dell’ordine”. Ciò che è accaduto a Gresh è una perfetta metafora per esprimere la condizione della libertà di stampa in Egitto.

Dalla deposizione del presidente islamista Mohammed Morsi, nel luglio 2013, il governo, guidato prima dal Consiglio Militare e poi dall’ex generale Sisi, ha portato avanti una repressione senza precedenti contro gli addetti all’informazione egiziani e stranieri. L’organizzazione americana CPJ (Committee to Protect Journalists) ha posizionato l’Egitto al nono posto nella classifica dei paesi con il più alto numero di giornalisti arrestati. Al momento, 11 reporter sono ancora detenuti nelle carceri egiziane. Tra di loro c’è anche Peter Greste, corrispondente australiano di Al Jazeera English condannato lo scorso giugno per concorso in associazione terroristica assieme ad altri due colleghi dell’emittente del Qatar. Secondo un altro report stilato dall’organizzazione Association for Freedom of Thought and Expression (AFTE), 195 giornalisti sono stati aggrediti nel periodo che va dal 30 Giugno 2013 al 30 Maggio 2014. Inoltre, nello stesso periodo, 6 operatori dell’informazione sono rimasti uccisi e 68 sono stati arrestati mentre svolgevano il loro lavoro.

La propaganda nazionalista e la censura sembrano aver raggiunto il loro culmine alcune settimane fa quando gli editori, dopo un meeting con alcuni esponenti del governo, hanno invitato i loro giornalisti a non criticare le autorità per “non intralciare la lotta contro il terrorismo”. In risposta, circa 600 giornalisti egiziani, per la prima volta dal 2013, hanno deciso di firmare una dichiarazione in supporto della libertà di stampa. “Stiamo lottando per evitare che la propaganda di governo ci impedisca di fare il nostro lavoro – spiega a IlFattoQuotidiano.it Khaled El-Balshy, uno dei giornalisti promotori della dichiarazione – il governo sta cercando di distruggere la professione giornalistica e la libertà di stampa”. Balshy, assieme ad altri 31 colleghi, ha anche dato vita al Fronte per la difesa dei giornalisti. “Questo gruppo ha l’obiettivo di contrastare le limitazioni del governo sul nostro lavoro. Per esempio i permessi di sicurezza obbligatori che il Ministero sta dispensando con il contagocce ai reporter egiziani che lavorano dal Sinai“, spiega El Balshy.

Le operazioni militari contro l’ondata di attacchi terroristici, che vanno avanti dalla deposizione di Morsi, sono una delle cause maggiori su cui si basa la repressione contro la libertà di stampa. In Sinai, dove si sta svolgendo l’offensiva più importante della “guerra al terrorismo“, nessun giornalista straniero ha avuto il permesso di recarsi nella penisola mentre i pochi corrispondenti egiziani sono spesso sotto il mirino dalle forze di sicurezza. Almeno tre reporter che svolgono il loro lavoro dal confine con Gaza sono stati condannati da corti militari. Tra di loro ci sono Mohamed Sabry e Ahmed Abu Deraa, a cui è stata inflitta una pena di sei mesi di carcere, poi sospesa.

“Da diversi mesi ho tolto la firma dalle mie corrispondenze”, racconta a IlFattoQuotidiano.it un giornalista egiziano che lavora dal Sinai e preferisce restare anonimo. “Alcune settimane fa ho passato due notti in un commissariato nel sud della penisola. La polizia mi ha trattenuto senza motivo e ha controllato tutto il materiale nel mio computer e nelle mie macchine fotografiche. Non è la prima volta che succede”. Durante i 30 anni di dittatura di Hosni Mubarak, la censura dei media era una pratica ben consolidata. Allora, però, a sostenere incondizionatamente la linea del governo e a censurare tutte le forme di dissenso erano prevalentemente i media statali.

Inoltre, dopo la rivoluzione del 25 gennaio, l’Egitto ha visto la nascita di diversi mezzi di informazione in supporto della rivolta di piazza Tahrir. Ma dopo la presa di potere da parte dei militari in molti hanno chiuso i battenti o hanno deciso di sostenere il governo. “La vitalità e la diversità di voci del giornalismo egiziano che abbiamo visto dopo la rivoluzione ci sembra ormai un vago ricordo – dice a IlFattoQuotidiano.it un giornalista che preferisce restare anonimo – il clima di repressione ha scoraggiato anche gli investitori a puntare sui media indipendenti. I giornali e le tv sono dei mezzi politici e ora nessuno vuole finanziare qualcosa che non sia allineata con la propaganda di governo”.