La storia dei test per essere ammessi alle specializzazioni mediche si è risolta nel peggiore dei modi: i due test invertiti, quelli destinati ai cosiddetti servizi (radiologia, anestesia, medicina del lavoro etc) finiti ai medici e viceversa, sono stati aboliti; dovevate rispondere a 30 domande, vanno bene 28; tutto regolare. Regolare un accidente. Immaginiamo due esaminandi; il primo ha sbagliato le risposte ai due test aboliti, quindi ha punteggio pieno, 28; il secondo ne ha sbagliate altre 2 ma ha risposto bene ai test aboliti; anche lui avrebbe 28; invece ha solo 26. Risultato: il primo è ammesso alla specialità e il secondo no. Ovvio che i ricorsi al Tar si sprecheranno.  

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Al di là della soluzione sbagliata, la vicenda bene evidenzia l’incapacità della Pubblica amministrazione: in questo caso quella sanitaria; ma inefficienza e insipienza analoghe sono riscontrabili in ogni settore: mi mettessi a raccontare della Giustizia, riempirei tutte le pagine del giornale. Motivo per cui torniamo ai test per l’ammissione alle specializzazioni.   Bisogna sapere che il laureato in Medicina non può fare a meno di una qualsiasi specializzazione: se non ne ha una può solo fare le guardie e le sostituzioni dei medici della mutua; insomma non può lavorare. Va bene, si specializzi. Solo che non può, almeno non è detto che possa. Alla facoltà di Medicina c’è il numero chiuso: bisogna superare i test, troppi medici non vanno bene; e sarà anche giusto. Ma a questo punto basterebbe calcolare questo numero chiuso in funzione dei medici specializzati, gli unici che faranno davvero il medico, non in funzione dei laureati. In altri termini, perché ammettere all’Università 20.000 (numero di fantasia) studenti con prevedibili 15.000 laureati per poi ammetterne alle specializzazioni solo 5.000? E gli altri 10.000 (che non solo hanno speso tempo e danaro per laurearsi ma hanno utilizzato risorse della collettività per la loro formazione – Università e professori li paga lo Stato) che cosa faranno? Se non servono più di 5.000 medici “veri” si limiti l’accesso all’università in funzione di questo numero, non si creino disoccupati dopo aver speso capitali per formarli. Tanto più in quanto i non ammessi alle specializzazioni vanno a lavorare in altri Paesi (i medici italiani sono molto apprezzati, hanno un’ottima preparazione) che non hanno speso una lira per farli studiare.  

Questa storia induce a pensare, ancora una volta, che si stava meglio quando si stava peggio. Prima della ennesima riforma, le specializzazioni venivano svolte presso le varie Università; i medici non erano pagati (borse di studio, guardie, sostituzioni, sbarcavano il lunario alla meno peggio) però intanto imparavano e si specializzavano. Alla fine potevano lavorare, sempre nel rispetto del numero chiuso per l’accesso a Medicina. Poi qualcuno ha cominciato a sollevare il problema: non è giusto che lo specializzando lavori in ospedale e non venga pagato! Dobbiamo dargli uno stipendio. Sì, ma i soldi dove li prendiamo? Eccoli qui, bastano per tre specializzandi. Va bene, e gli altri? Fateli entrare in soprannumero, lavorano gratis (un po’ incoerente, ma si salvano capra e cavoli). Poi i baroni, i favoritismi veri o presunti, la “razionalizzazione” (ottima cosa se la sapete fare): concorso in sede nazionale, chi passa si specializza, gli altri si arrangino. Ma io ho studiato, sono medico! Peggio per te, vai a lavorare in Inghilterra. Ma ci sarà un limite all’imbecillità?

il Fatto Quotidiano, 21 Novembre 2014