Lorenza Sebasti Pallanti ha prodotto il sesto vino migliore al mondo, secondo la classifica 2014 della rivista americana Wine Spectator, considerata tra le più autorevoli e influenti del pianeta. Tra oltre 18mila vini assaggiati, il suo Chianti Classico San Lorenzo Gran Selezione 2010 – Castello di Ama è l’unico vino italiano ad essere stato inserito nella top ten. Al primo e al terzo posto due Porto, al secondo un australiano. Ad Ama, comunque, borgo originario del Mille che si adagia sulle colline senesi, si respira aria di grande festa. Un’azienda medio-piccola, da 300.000 bottiglie all’anno, che non teme di confrontarsi con una ribalta internazionale, pur avendo ben chiare le proprie radici.

Sesto posto a livello mondiale. Non male, direi…
Siamo davvero soddisfatti per molte ragioni. Innanzi tutto, perché è un Chianti Classico, e dunque prodotto esclusivamente da vigneti di proprietà. Ci sentiamo vignaioli e vogliamo che il nostro vino sia frutto della nostra terra. E poi, è un vino che abbiamo pensato durante gli anni della crisi, quando la contrazione del mercato era preoccupante. Abbiamo voluto puntare comunque sulla qualità, creando un vino prodotto dall’uva dei nostri vigneti più antichi, con un’età media di 25 anni.

E che vino ne è uscito?
Con una serie di attente valutazioni, abbiamo prodotto un vino elegante, complesso, profondo. L’enologo è mio marito Marco, che lavora su queste terre dal 1982. Lo sforzo è stato quello di enfatizzare al massimo la verticalità. Il riconoscimento di Wine spectator dimostra che abbiamo lavorato bene.

Concorda con il resto della classifica? C’è una presenza importante dei vini portoghesi.
La classifica va vista come una fotografia della situazione attuale, una rappresentazione accurata del panorama enologico mondiale. Si tratta di una classifica americana, che segue criteri ben specifici e prestabiliti: qualità del prodotto, ovviamente, ma anche disponibilità sul mercato e soprattutto rapporto qualità/prezzo. Un valore che diventa essenziale, per i vini di fascia medio-alta.

Una classifica internazionale ci ricorda che il mercato di riferimento, ormai, è il mondo. Cosa sta succedendo?
Purtroppo, in termini di mercato, in Europa si guarda molto al prezzo e troppo poco alla qualità, tendendo a livellare verso il basso. Negli Usa, invece, c’è un grande impegno per capire il vino nella sua complessità. Ho scoperto grandi vini italiani proprio in America, in degustazioni o al ristorante. Un mercato colto che potrebbe aiutarci.

E poi c’è l’Asia…
Il Giappone fa scuola con la sua crescente cultura del vino e ci sono isole felici a Hong Kong e Shanghai. L’intera Asia, comunque, è una sfida da cogliere, una scommessa, perché la bottiglia è ancora in gran parte considerata uno status symbol.

All’Italia cosa manca?
Al vino italiano non manca nulla, dall’Alto Adige alla Sicilia la produzione è eccellente. Forse manca la consapevolezza degli italiani, la capacità di dare valore a quel che si sta bevendo.

Lei si definisce vignaiola. Ma allora, da dove arriva la passione per l’arte? La vostra tenuta sta diventando un museo di arte contemporanea. Ed è anche aperta al pubblico…
Abbiamo iniziato la collezione nel 1999 con Michelangelo Pistoletto. Una volta all’anno (come la vendemmia), invitiamo un artista di grande fama a creare un lavoro che si inserisca nel nostro paesaggio e nelle nostre architetture, discretamente, senza alzare la voce. Sono venuti da noi Daniel Buren, Giulio Paolini, Kendell Geers, Anish Kapoor, Chen Zhen, Carlos Garaicoa, Nedko Solakov, Cristina Iglesias, Louise Bourgeois, Ilya e Emilia Kabakov, Pascale Marthine Tayou e Hiroshi Sugimoto. A questi luoghi ricchissimi di storia ci piace aggiungere nuove opere che dialoghino col territorio, nelle cantine, nella barricaia, nel giardino e nella villa. In fondo, come un buon vino, l’arte emoziona, ma ha bisogno di tempo per maturare ed essere giudicata con completezza.

Allontanandosi dalle colline toscane, quale altro vino apprezza specialmente?
Il mondo del vino è emozionante e affascinante e ci sono in tutto il mondo dei veri gioielli, che arrivo a conoscere durante ogni viaggio. Se dovessi scegliere, però, anteporrei il Barbaresco. Pensando ad Angelo Gaja, che considero il salvatore del vino italiano, colui che ne ha portato il nome in giro per il mondo. Tutti noi gli dobbiamo davvero molto.

di Danilo Poggio