Mose, Expo, Grandi eventi. L’Italia attraversata da scandali e corruzione. E la fiducia dei cittadini ne risente: secondo lo speciale Eurobarometro del 2013, “il 97% (la seconda percentuale dell’Unione europea in ordine di grandezza) degli intervistati italiani ritiene che la corruzione sia un fenomeno dilagante nel Bel Paese”. Ma tra chi ha risposto al sondaggio “solo il 2% afferma di essere stato oggetto di richieste o di aspettative di tangenti nell’ultimo anno (contro una media Ue del 4%)”. In questo quadro si inserisce anche la spinta alla trasparenza della pubblica amministrazione come strumento di lotta e prevenzione della corruzione e la possibilità di accedere, da parte dei cittadini, ai dati sull’efficienza della Pa. Ma l’utilizzo di queste informazioni si può considerare uno strumento efficace per raggiungere lo scopo? Misurare l’impatto delle leggi e dell’utilizzo degli open data in questo ambito è lo scopo del progetto Tacod, una ricerca internazionale promossa dal RiSSC (Centro Ricerche e Studi su Sicurezza e Criminalità), sotto impulso della Commissione europea.

“Uno dei grandi problemi – spiega Lorenzo Segato, direttore del RiSSC e coordinatore della ricerca – è che l’impatto di questi dati ancora non è stato misurato, visto che si tratta di uno studio in corso a livello europeo. Il progetto quindi nasce da una domanda molto semplice: la forte spinta alla trasparenza, che secondo l’impostazione del nostro legislatore e dei governi è finalizzata a prevenire la corruzione, sta funzionando? La ricerca è un metodo per interrogare i cittadini sulla loro conoscenza degli open data e sull’uso che ne fanno. Noi vogliamo capire se questi, sulla base del quadro normativo nazionale, sono realmente utilizzati e da chi, in che modo, perché e se si rivelano uno strumento efficace per scoprire casi di corruzione”.

Anche i lettori de ilfattoquotidiano.it possono essere coinvolti nel progetto: rispondendo alle domande del questionario potranno fornire la propria percezione sull’utilizzo degli open data come strumento di lotta alla corruzione. L’obiettivo è anche quello di aprire la strada a una “strategia europea”: “Di fatto non è più sufficiente conoscere solo il sistema italiano perché i fenomeni corruttivi sono diventati sempre più sofisticati e transnazionali. Il fatto di avere dati a livello europeo è una grande opportunità in questo senso, perché permette di effettuare controlli accedendo a banche dati pubbliche senza dover fare rogatorie internazionali”, specifica Segato. E in alcuni casi la consultazione delle informazioni del pubblico settore si è rivelata molto utile. Ne è un esempio un caso inglese, dove nel City Council di Birmingham, l’esame di queste ha portato alla luce come le donne, a parità di ruolo lavorativo, venissero sottopagate rispetto ai colleghi uomini. Portando poi alla correzione di questa stortura.

“C’è una grossa aspettativa a livello internazionale sull’open government – continua Segato – quindi sull’apertura delle informazioni della Pa, sul dialogo con il cittadino, sul suo coinvolgimento e sul controllo che può effettuare. Tutto questo però deve essere dimostrato, al momento non ci sono delle evidenze che questo sistema funzioni, soprattutto in Italia, in una realtà dove vige una tipologia di corruzione di livello alto, come quello delle grandi opere e una scarsa tensione alla denuncia”.

La ricerca prevede diverse fasi: dalla ricostruzione del quadro normativo dei Paesi interessati, a interviste a esperti di anticorruzione, istituzioni, magistrati, giornalisti, attivisti della società civile ed esperti di open data. In primavera, poi, verrà pubblicato il rapporto internazionale complessivo che verrà presentato alla Commissione europea. “Quello che sta emergendo per il momento – conclude Segato – è che c’è una comunità ristretta di persone esperta nell’utilizzo di queste informazioni che si pone come intermediario fra la società civile e le istituzioni, perché elaborano i dati e li rendono fruibili da tutti”.

Il progetto coinvolge quattro Paesi (Italia, Spagna, Regno Unito e Austria) e prevede la partecipazione di Transparency International Italia e Uk, del Centre for the Study of Corruption and Transparency del Kellogg College di Oxford, della Nottingham University e degli istituti Blomeyer&Sanz e Institut für Konfliktforschung in un partenariato internazionale con il RiSCC. Le informazioni sono raccolte in formato anonimo e verranno elaborate esclusivamente a fini di ricerca.

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