In linea teorica e secondo logica, il sindaco di un Comune dovrebbe essere colui che, insieme con i suoi assessori e controllato da un Consiglio comunale nel quale sono presenti le opposizioni, amministra la città gestendo le risorse pubbliche nell’interesse presente e futuro di tutti i cittadini.

Per fare questo si vorrebbe che avesse la sensibilità dei problemi che i suoi amministrati vivono quotidianamente; guardando però alle vicende più recenti delle due maggiori città italiane, Roma e Milano, viene il sospetto che le cose non stiano esattamente così e che, dalle loro abitazioni generalmente collocate in aree privilegiate delle città e immersi nella loro quotidianità che probabilmente presenta loro problemi assai diversi da quelli del cittadino medio, la percezione che hanno della realtà che li circonda arrivi loro piuttosto distorta. Non si spiegherebbero altrimenti, se non con il sospetto di grave menefreghismo, latteggiamento e le azioni di fronte a eventi ai quali danno risposte inappropriate.

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I sindaci e gli assessori, quando sembrano non comprendere la rabbia dei cittadini delle periferie che si trovano alle prese quotidianamente con problemi e insinuano dubbi di razzismo in chi li evidenzia talvolta con manifestazioni eclatanti, danno la sensazione di non vivere nel quotidiano alcuna delle difficoltà che rendono la vita assai più difficile di quanto già non lo sia.

La periferia di Milano, che in alcune aree viene ormai allagata settimanalmente da fiumi per i quali la messa in sicurezza resta un pio desiderio, ha condizioni di vita che da un comodo appartamento del centro neppure si possono immaginare; già il raggiungere il proprio ufficio dribblando la Ztl è unodissea quotidiana della quale un residente all’arco Duse ignora la trama.

Per Roma la situazione non è diversa, il sindaco Marino che visitava Tor Sapienza tra gli insulti degli astanti aveva laria stralunata di chi svegliandosi dopo un bel sogno scopre che la realtà concreta è altra cosa e, potrei sbagliarmi, ma a Tor Sapienza forse non era mai stato prima. E anche la chiusura al traffico dei Fori imperiali come uno dei primi atti della sua gestione fece pensare che non avesse mai sperimentato le difficoltà di spostamento del cittadino che per vivere e lavorare è costretto e non per scelta di vita a muoversi nella metropoli.

Lo scollamento tra il cittadino medio e le varie caste non è peraltro prerogativa dei soli sindaci, se è vero per esempio che nel rappresentare i suoi piccoli attriti con la presenza di immigrati anche clandestini, il buon Maurizio Crozza non ha trovato di meglio, nella puntata di venerdì scorso, che citare linsistenza dei venditori di rose fuori dai ristoranti. Le problematiche generate da immigrazione incontrollata e clandestinità tollerata sono per la popolazione media piuttosto: occupazioni abusive di case, furti in appartamenti, scippi e, in generale, comportamenti dissonanti da regole comportamentali accettabili. Probabilmente dove vive il comico pullulano i ristoranti, larea è presidiata in modo sufficiente dalle forze dellordine e non ci sono macellerie halal i cui proprietari e clienti stazionino con i loro mezzi in doppia fila e nei passi carrabili adiacenti per sette giorni su sette.

Quando si discute di caste la prima cosa che viene messa in evidenza è il privilegio economico che ne caratterizza alcune, ma lo scollamento principale, quello che sta approfondendo il solco tra cittadini medi e personaggi che esercitano il potere, sia esso politico o mediatico, è la conduzione di esistenze impermeabili tra loro; chi governa, localmente o centralmente, chi intrattiene o informa, proviene spesso da esperienze di vita che lo rendono cieco e sordo e lincapacità che palesa è prima quella di capire i problemi che non quella di aiutare a risolverli.

Questa incapacità di comprensione che accomuna tutte le caste si rivela nella faciloneria con la quale suggeriscono – o peggio impongono – (non) soluzioni che sostanzialmente lasciano la situazione com’è; i loro inviti alla tolleranza e alla pazienza dimostrano che non hanno compreso l’entità del problema oppure verbalizzano un “fare spallucce”: sono comunque altri a restare immersi nella quotidianità dei disagi.

Quando questi atteggiamenti un po’ supponenti e quindi arroganti vengono da intrattenitori strapagati, da professionisti molto ricchi prestati alla politica, da industriali, editori, grandi giornalisti, tutti comodamente assestati in ambienti confortevoli e sorvegliati dalle forze dell’ordine, senza reali esigenze di mobilità e sicuramente al riparo dalle esondazioni dei Bisagno o Seveso di turno, il fastidio di chi riceve le prediche, le accuse di razzismo, l’invito alla pazienza, la personificazione che ben altri sono i problemi da risolvere, è molto forte e ci si sente come i sans culottes della rivoluzione francese invitati a mangiare brioche.

Come Maria Antonietta anche i nostri “Vip” sono scollegati da quanto succede e non hanno ancora ben chiaro che lasciare incancrenire i problemi sminuendoli porta a esplosioni incontrollabili. Con il sussiego e la liquidazione tramite accuse stereotipate – razzismo, populismo, asocialità – le esplosioni non si sopiscono ma aumentano.