Anche l’Italia ha presentato venerdì scorso all’Europa un piano di investimenti per la crescita. Lo abbiamo appreso da una nota del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che riferisce, senza entrare nel dettaglio, di progetti attivabili nel triennio 2015-2017, del valore di 40 miliardi di euro e incentrati su cinque aree identificate a livello europeo: innovazione, energia, trasporti, infrastrutture sociali e tutela delle risorse naturali.

Sulla capacità di tradurre in azioni concrete nei tempi previsti i progetti prospettati all’Europa, non ci giocheremo solo la possibilità di tornare, forse, a crescere. Ma anche quel po’ di credibilità che ancora oggi, nonostante tutto, possiamo vantare nello scacchiere europeo.

C’è quindi da sperare che per l’attuazione del piano il Governo abbia previsto una corsia preferenziale. Tale da evitare la riproposizione di un incubo già visto fin troppe volte: un allungamento abnorme dei tempi di realizzazione. Un dato, questo, confermato negli scorsi giorni dalla fotografia redatta dal Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica e di cui ha dato conto anche il Fatto Quotidiano.

C’è da sperare, in sostanza, che il piano da 40 miliardi non faccia la fine del Programma delle Infrastrutture Strategiche (Pis) da quasi 400 miliardi, meglio noto come Legge Obiettivo.

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L’ultimo rapporto aggiornato al 31 ottobre 2013, che analizza l’evoluzione del Pis tra il 2002 e il 2013, prende in considerazione 1.359 lotti, tra infrastrutture, interventi, sottointerventi e ulteriori dettagli, relativi a ben 403 opere pubbliche. Nel calderone delle quali c’è di tutto: dal tunnel Torino-Lione all’hub portuale a Trieste, passando per il nodo metropolitano di Catania e il tunnel ferroviario del Brennero, giungendo alla tristemente famosa Salerno-Reggio Calabria.

Può forse consolare il fatto che il ponte sullo Stretto di Messina – che avrebbe avuto un costo di almeno 8,5 miliardi di euro – sia definitivamente scomparso dall’agenda infrastrutturale del Paese. Ma nell’elencazione di una miriade di opere, tante delle quali probabilmente non vedranno mai la luce, colpisce un dato: quasi il 60% dei costi stimati per i 403 interventi non è coperto da alcuna risorsa. Per l’esattezza, sull’intero Programma le attuali disponibilità finanziarie pubbliche o private ammontano a 163,3 miliardi di euro: all’appello mancano insomma 212 miliardi di euro!

Come emerge dal Programma delle Infrastrutture Strategiche allegato al Documento di Economia e Finanza 2014, la cosa più incredibile è poi rappresentata dal fatto che l’insufficienza di risorse non riguarda solo opere allo studio o per le quali è ancora in atto una fase istruttoria, ma progetti in via di realizzazione. Alcuni esempi possono chiarire il concetto. Stando ai dati del rapporto, per il contestato tunnel ferroviario Torino-Lione l’importo delle opere previsto è pari a 9 miliardi, di cui 4 non sono stati ancora reperiti; per l’Alta Velocità Brescia-Verona le finanze mancanti sono pari a 2,14 miliardi su un costo stimato di 2,75 miliardi; per finanziare il progetto di Hub portuale a Trieste non ci sono 354 dei 501 milioni di euro; per completare ulteriori 59 chilometri della Salerno-Reggio Calabria mancano 2,56 dei 2,9 miliardi di euro richiesti; rispetto al tunnel ferroviario del Brennero devono essere reperiti 4 dei 9,7 miliardi di costo stimato per terminare l’opera.

È lievemente migliore il quadro relativo alle infrastrutture deliberate dal Cipe, che entra in gioco per interventi di primaria valenza strategica. Ebbene, “al 31 ottobre 2013 […] rispetto all’ammontare complessivo presunto del deliberato pari a 140,96 miliardi di euro, permane un fabbisogno finanziario non “coperto” di oltre 57 miliardi”. Insomma “solo” il 40% dei costi è privo di copertura.

In tutto ciò, le riforme strutturali, più volte annunciate, per accelerare la realizzazione delle opere e garantire, in tempi certi, la piena disponibilità delle risorse necessarie, non hanno mai visto la luce. E il governo del fare (molto fumo) capitanato da Renzi non pare, per ora, avere un approccio diverso da quello dei precedenti esecutivi. Illuminante, in tal senso è il cronoprogramma degli impegni assunti anche verso l’Europa e riportato nel citato allegato al DEF 2014.

Perché in Parlamento non c’è alcuna proposta di riforma della Legge Obiettivo o del Cipe da discutere; del Piano Aeroporti si sono perse le tracce; della riforma dell’offerta portuale esistono norme vaghissime nello Sblocca Italia.

E soprattutto nessun dibattito si è mai svolto sull’opportunità di identificare una quota del Pil con cui alimentare il Fondo Infrastrutture.

Twitter: @albcrepaldi