Nell’agenda del G20 non c’è la crisi nel Medio Oriente, né la guerra per procura che si combatte in Siria ed Iraq, tantomeno la politica perseguita dalla grande coalizione messa insieme dal Presidente Obama a fine estate per combattere lo Stato Islamico. Il G20 è un’istituzione a carattere economico, questa la risposta che viene data a chi si sorprende che non si discuta di questi temi a Brisbane, in Australia, quindi gli argomenti sono strettamente legati all’andamento dell’economia mondiale. Ma la spesa militare per sostenere questa guerra è enorme, tanto grande da avere un peso nella politica economica dei paesi coinvolti ed in particolare degli Stati Uniti.

Australia, G20

Durante i cento giorni dall’inizio dell’offensiva aerea statunitense contro lo Stato Islamico la spesa giornaliera americana è stata di 8 milioni di dollari, ciò significa che la guerra costa più di 300 mila dollari l’ora. Soldi, tanti che però che non bastano. Questa settimana, infatti, il presidente Obama ha chiesto al Congresso ulteriori 5,6 miliardi di dollari per addestrare ed armare i militari iracheni e curdi, utilizzare aerei militari sopra la Siria e l’Iraq e trasportare truppe e materiale bellico nella regione in questione. Pochi giorni prima il congresso aveva accettato di raddoppiare il numero dei soldati americani in Iraq con il ruolo di ‘consulenti’, un termine usato durante la guerra in Vietnam per evitare di ammettere che i soldati americani combattevano i vietcong. Oggi di questi consulenti ce ne sono 3.100 in Iraq ed ognuno in più che atterra in Medio Oriente costa al contribuente americano.

Al G20 il Presidente Obama ha lanciato la provocazione dei cambiamenti climatici, non si fa abbastanza per preparare il mondo a questa catastrofe ne per evitare che tutto ciò avvenga, questo il senso dell’ammonimento. Qualcuno dovrebbe fargli notare che il primo a disinteressarsi di questi temi è proprio lui, invece di spendere 300 mila dollari l’ora per armare i curdi nell’ennesima guerra per procura Washington potrebbe investire questi soldi nella ricerca dell’energia rinnovabile.

E’ molto probabile che i risultati sarebbero migliori di quelli fino ad ora ottenuti dall’industria bellica: 800 attacchi aerei contro postazioni dello Stato Islamico in Iraq ed in Siria non sono stati sufficienti a riconquistare i territori che l’Isis controlla ma hanno offerto un’opportunità d’oro alle forze indipendentiste curde per fare ciò che negli ultimi due anni ha fatto lo Stato Islamico: creare il proprio stato attaccando le postazioni degli altri gruppi ribelli ed evitando di scontrarsi con le milizie sciite e l’esercito di Assad, che continua a controllare il sud della Siria.

Questa settimana il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo interessantissimo che confermava questa agghiacciante realtà. Le Unità di Protezione Popolare, un gruppo armato curdo siriano che da anni lotta contro la Turchia per ottenere l’indipendenza, controllano alcune zone strategiche nel nord della Siria dove si produce il petrolio che, guarda caso, contrabbandano in Turchia, usando le stesse tecniche dello Stato Islamico. Ma non basta, queste aree sono gestite dall’amministrazione curda che ha introdotto i propri tribunali e la propria legge. Il tutto con i soldi degli sponsor occidentali.

Secondo il Wall Street Journal i curdi non hanno nessuna intenzione di combattere la guerra per procura occidentale contro Assad, al contrario, si riporta l’esistenza di un accordo segreto stipulato nel 2012 con l’intermediazione dell’Iran dove i curdi e l’esercito di Assad si impegnano a non attaccarsi. Ciò spiegherebbe l’antipatia degli altri gruppi insurrezionali nei confronti delle milizie curde.

A complicare il paesaggio c’è poi la certezza che il famoso Esercito di Liberazione Siriano, di cui si è tanto parlato anche in passato in realtà non esista, o è stato smantellato o non ha mai avuto una dimensione sufficientemente grande per avere qualche peso. Ce lo racconta Robert Fisk, uno dei migliori corrispondenti del Medio Oriente, in un’intervista alla televisione australiana dopo un viaggio in Siria ed Iraq.

Alla luce di queste notizie non sorprende che Obama voglia cambiare strategia ancora una volta, la domanda da porsi è a chi darà questa volta i soldi per combattere una guerra per procura che l’occidente non potrà mai vincere?