Evasione Iva record nelle imprese che svolgono attività immobiliari. La base imponibile che viene nascosta al fisco arriva al 152,3% delle ‘cessioni da spesometro‘, cioè le vendite certificate dal fisco. In pratica per ogni euro su cui si paga l’imposta sul valore aggiunto, altri 1,5 vengono incassati senza che lo Stato ne sia informato. I numeri sono contenuti nella relazione tecnica della Ragioneria generale dello Stato che accompagna l’emendamento presentato dal governo alla legge di Stabilità. In una tabella vengono riportate le posizioni di fornitori, grande distribuzione e acquirenti, per stimare il maggior gettito fiscale in arrivo dall’applicazione della cosiddetta reverse charge, cioè l’inversione del pagamento del’Iva dal venditore all’acquirente.

Al secondo posto nella classifica dell’evasione Iva, a grande distanza, si posiziona il settore della ristorazione e degli alloggi, dove la base imponibile nascosta al fisco arriva all’87,2% delle vendite certificate attraverso lo spesometro. Il terzo posto va a agricoltura e pesca, con il 64,5% di base imponibile evasa rispetto a quanto viene dichiarato.
Dalle simulazioni contenute nella relazione si prevede un recupero di base imponibile pari a 4,8 miliardi di euro. Il corrispondente recupero d’imposta, si legge, “è calcolato applicando l’aliquota sulle operazioni occulte (15%) e risulta stimato in circa 728 milioni” a partire dal prossimo anno.

Ai primi posti per evasione Iva, secondo le stime contenute nel documento, si colloca il settore del commercio di auto e moto, con un tasso di evasione del 62%. A breve distanza ci sono i fornitori del settore dell’istruzione, con un rapporto tra base imponibile evasa e base imponibile dichiarata che arriva al 55,9%. Dietro si posizionano i fornitori dei servizi postali, con il 51,2% e il settore delle costruzioni con il 35,3%. Tutte queste attività si collocano al di sopra della media nazionale, che è del 27,2%. Si fermano al di sotto, invece, il commercio all’ingrosso (21,7%), le attività professionali (17,7%), le telecomunicazioni (17,4%), il commercio al dettaglio (16%), la sanità e l’assitenza sociale (12,5%), le attività estrattive e manifatturiere (8,1%) l’energia elettrica gas e acqua (0,6%).