Vladimir Putin, a causa delle tensioni con i leader occidentali sulla questione ucraina, decide di lasciare anticipatamente il G20 di Brisbane, in Australia. Poi, dopo alcune ore, ci ripensa: non se ne andrà. La delegazione di Mosca ha deciso di tornare sui suoi passi e di rimanere al vertice, forse per non appesantire un clima già abbastanza teso a causa dello scontro con i Paesi occidentali sulla crisi a Kiev e i separatisti dell’est del Paese.

In risposta all’atteggiamento russo nella regione, il presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha ordinato il ritiro di tutti i servizi pubblici dalle zone sotto il controllo dei separatisti filorussi, nell’Est dell’Ucraina. Il governo adotterà tutte le nuove misure entro una settimana per “porre fine alle attività di imprese, istituzioni e organizzazioni statali” operanti nella zona. Oltre a questo, il governo di Kiev disporrà anche il blocco dei conti bancari delle imprese e dei cittadini dell’area orientale. Immediata la replica di Igor Plotinski, capo dell’autoproclamata repubblica di Lugansk, che parla di “atto di genocidio”. Il filorusso sostiene che l’atteggiamento di Unione europea e Stati Uniti, che non mettono un freno alla scelta di Poroshenko, sia degno delle “peggiori tradizioni naziste: vuole trasformare il Donbass in un campo di concentramento”.

All’origine della scelta di Putin di andarsene, l’esito degli incontri con alcuni presidenti e premier occidentali. Il faccia a faccia con il primo ministro britannico, David Cameron, è durato 50 minuti, durante i quali il leader conservatore ha minacciato nuove sanzioni nei confronti di Mosca per l’atteggiamento tenuto dal Cremlino nei confronti di Kiev. Sulla stessa linea pure il padrone di casa, il premier australiano Tony Abbot, che aveva dichiarato l’intenzione di “prendere di petto” il presidente russo. Duro anche il capo del governo canadese, Stephen Arper, che, pubblicamente, ha dichiarato: “Gli stringerò la mano, ma gli dirò una sola cosa: fuori dall’Ucraina”. Forti critiche sono arrivate poi dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama che ha parlato di un’ “aggressione” della Russia che rappresenta “una minaccia per il mondo”. Anche il presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, si è soffermato sulla questione ucraina: “Continueremo a usare tutti gli strumenti diplomatici a nostra disposizione – ha detto -, incluse le sanzioni”. L’importante, aggiunge, è evitare “il ritorno a un conflitto su larga scala”.

Reazioni diplomatiche che, secondo quanto riportano Reuters e France Press citando una fonte interna alla delegazione russa, avrebbero portato alla decisione di Putin di disertare il pranzo ufficiale del 16 novembre e tornare a Mosca in anticipo. Uno schiaffo che avrebbe appesantito un clima già molto teso. Poi la smentita ufficiale del portavoce del presidente russo, Dmitri Peskov: “Il summit G20 finisce domani, Vladimir Putin lo lascerà sicuramente – fa sapere – Quando tutti i lavori saranno terminati, il presidente se ne andrà. La Reuters scrive tutto sbagliato”. L’esponente del Cremlino spiega, poi, che le tensioni di cui hanno parlato le agenzie e gli organi di stampa, in realtà, non ci sono state: “Il tema delle sanzioni si discute ampiamente, ma non direi che qualcuno stia premendo, le sanzioni si discutono in tutti gli incontri bilaterali, in modo attivo e largo, ma nessuno fa pressioni”.