Due notizie fanno cortocircuito per costruire un’immagine un po’ ruvida dell’Italia senza memoria e senza futuro.

La prima notizia riguarda il cinema, e più in particolare la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, un festival che esiste da cinquant’anni e che ha costituito un essenziale patrimonio di scoperte per molti di quelli che amano il cinema. Pesaro cambia percorso, mandando a dirigere questo antifestival non più un critico-studioso, come era sempre stato fin dalla fondazione (negli ultimi anni Giovanni Spagnoletti), ma un attore, Luca Zingaretti, il Montalbano televisivo. I nomi tuttavia contano poco, contano di più i simboli. Il segnale che viene dalla scelta operata dal sindaco di Pesaro Matteo Ricci – dev’essere una fissazione la rottamazione, per chi si chiama Matteo – è chiaro: quello che è stato per intere generazioni di cinefili un luogo di esperienze e di stupori davanti alle tante forme che il “Nuovo Cinema” può assumere rischia di perdere la sua caratteristica principale, quella di laboratorio di sperimentazioni (non a caso il principale luogo di proiezioni del festival a Pesaro si chiama significativamente Teatro Sperimentale), per privilegiare invece una fruibilità più immediata, estiva, light. Alla ricerca sul cinema del futuro si preferisce una linea schiacciata sul presente, assimilando Pesaro ai tanti piccoli e grandi “eventi” che ruotano attorno al cinema.

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La seconda notizia viene da Torino e riguarda il processo al liceo classico che si è svolto ieri con attori d’eccezione: processo con tanto di pubblica accusa e di difesa (sostenuta in questo caso da Umberto Eco). Il classico, si dice, lo diceva ieri Andrea Ichino sulla Stampa, è superato: perché attardarsi sul latino e sul greco quando la cultura che conta è quella tecnologica? Non è vero che gli studenti del classico superano facilmente ogni barriera, lo proverebbero i test di Medicina dove riescono meglio gli studenti dello scientifico.

Fare questo tipo di obiezioni, tuttavia, vuol dire ancora una volta schiacciare la visione delle cose soltanto sul presente, svalorizzare in questo caso non il futuro ma la memoria e quello che la memoria insegna non solo in termini di conoscenze sul nostro passato, ma anche in termini di abilità per il nostro presente (per esempio lavorare su una versione di latino o ragionare su una questione filosofica sono ottimi allenamenti di problem solving, e chi cerca lavoro sa bene quanto sia necessaria questa competenza). Non si tratta di fare un elogio della nostalgia: ieri a Torino si è detto per esempio che il classico deve essere riformato, e con urgenza (tra l’altro forse anche un po’ di cinema e di cultura degli audiovisivi negli studi classici non guasterebbe, no? Perché 8 ½ deve essere ignorato e il De oratore no?). Si tratta però di ridare valore alla traiettoria del tempo, e soprattutto, attraverso quella, alla nostra dimensione sociale sia rispetto al passato che rispetto al futuro. Allineare tutto sul presente vuol dire arrendersi a una cultura dell’istantaneo e dell’individuale dove l’unico valore è il consumo. Ma il consumo serve a un’economia dell’immediato, non allo sviluppo di un’economia solida e strategicamente fondata. In fin dei conti annullare la dimensione temporale del nostro vivere e del nostro sapere è come mettere il Tfr in busta-paga: oggi abbiamo qualche spicciolo in più, ma domani avremo perso per sempre un pezzetto del nostro patrimonio.