Dopo aver scritto della discussa decisione del Municipio IX di Roma sulla prostituzione, che aprirà le porte della capitale alla “ zonizzazione”, ho pensato di tornare sulla vicenda chiedendo ad una esperta di politiche sulla prostituzione qui in Olanda, come vede l’esperimento romano e soprattutto quali sono, secondo lei, i punti più critici della legislazione dei Paesi Bassi. Maria Genova (si legge “Ghenova”) è una giornalista e scrittrice di successo di origine bulgara che da una vita risiede in Olanda. E’ ben nota nei Paesi Bassi, per aver realizzato diverse inchieste sul traffico di esseri umani che ruota attorno al mercato legale della prostituzione e per aver pubblicato anche un libro Vrouwen te koop (Donne in vendita) un dettagliato lavoro sul mondo del sesso a pagamento nella terra dei tulipani. Secondo lei, le autorità di Roma fanno bene a pensare di regolamentare la questione perché grazie alla riforma del 2000 che ha legalizzato le “vetrine” e disciplinato il mestiere le autorità dispongono finalmente di dati che consentono di avere un quadro più affidabile della situazione.

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Sarebbero ben 25 mila le ragazze registrate presso il KVK (Kamer van Kopehandel, la camera di commercio olandese) che pagano quindi le tasse sulle prestazioni offerte. Negli ultimi anni si è discusso molto dell’inversione di rotta del comune di Amsterdam, della massiccia campagna di “riqualificazione” del quartiere a luci rosse e degli sforzi per correggere una serie di effetti collaterali dovuti alla legge del 2000. La raggiunta regolamentazione avrebbe a lungo offuscato qualunque dibattito pubblico su “ciò che avviene al di la delle tende rosse delle vetrine”, mi dice Maria, facendo credere all’opinione pubblica che lo sfruttamento fosse stato debellato. “No, non è così. Lo sfruttamento in Olanda è una piaga e la legalizzazione ha complicato di molto la situazione. La schiavitù, in un regime simile, non passa, se non in misura marginale, per l’ingresso forzato nel paese, per le violenze fisiche e per la coercizione basata sul terrore” prosegue Maria Genova “ma per una forma subdola e sofisticata di raggiro”. Ha conosciuto infatti decine di ragazze che credono ingenuamente alle favole che i protettori raccontano: ‘Sto facendo un mucchio di soldi e se ne ho bisogno basta che chiami il mio amico, che mi aiuta con la contabilità e con i clienti’. Solo che quei soldi non li vedranno mai. O magari ne vedranno solo una minima parte. Alcuni protettori accompagnerebbero le ragazze all’ingresso della Camera di commercio, le farebbero registrare e poi direbbero loro di consegnare documenti ed iscrizione.

Devono fidarsi perché non conoscono le procedure e addirittura, gran parte di loro non parla altro idioma se non quello del paese di origine. E il problema principale, mi dice la giornalista bulgara-olandese è che sanno bene, fin dall’inizio, cosa andranno a fare: “Ho sentito molte dire ‘Si guadagna tanto e poi sono tutelata dalla legge e non rischio nulla’. In realtà i lauti guadagni sono le poche decine di euro che in un “mercato inflazionato” costringono a turni massacranti per vedere qualche soldo. E loro, le ragazze sono segnate per sempre: fare sesso con una dozzina di uomini diversi al giorno, soprattutto per molte di loro in giovane età, è devastante per il fisico e per la psiche. Alcune porteranno traumi per tutta la vita, non riusciranno a costruirsi una famiglia o ad ad avere una vita affettiva normale.” Lo sfruttamento in un regime regolamentato, allora, passa per il plagio più che per le violenze e riguarderebbe ben il 70% delle ragazze.

Maria Genova, pur con il fosco quadro che disegna, ritiene che la regolamentazione resti l’unica strada “bisogna lavorare nei paesi di origine -molte ragazze per esempio sono bulgare come me ed io li mi sono spesa molto per campagne di informazione-  e soprattutto premere perché il parlamento approvi la modifica in discussione alla legge sulla prostituzione che innalzerebbe a 21 anni l’età minima. E cercare infine di offrire  loro un’alternativa”. Può lo Stato offrire alternative ad un lavoro, apparentemente, facile e remunerativo?”. La risposta della giornalista è negativa: bisogna cercare di convincerle prima. E se non funziona fare in modo perlomeno che denuncino i protettori.