Da qualche tempo la rivista Time lancia, verso la fine dell’anno, un divertissment semiserio, proposto dalla giornalista californiana Katy Steinmetz che collabora con la prestigiosa testata. La collega, tra l’altro appassionata di linguistica (nelle sue note biografiche risulta che spesso si diletta a organizzare gare di spelling, molto in voga negli Usa) propone di votare una a scelta tra 15 parole da ‘bannare’ (parola non italiana di nuovo conio per ‘cancellare’) nell’anno successivo.

La lista scelta dall’autrice esperta di linguaggio ‘giusto’ (una special edition della sua rubrica le parole del mercoledì) annovera tra le pessime espressioni: yassss, il modo strascinato di rispondere affermativamente, poi bossy, obvi, e basic. In parte quello che accade nel linguaggio è uno dei frutti della mutazione antropologica indotta dalla velocità richiesta nella comunicazione digitale, social network Facebook e Twitter in testa, e quindi, anche se è ancora presto per dire se e come ci stiamo arricchendo o impoverendo nella lingua, le opinioni e gli scambi sul cambiamento linguistico e cognitivo sono interessanti. Ma tra le parole da ‘bannare’ c’è una nota stonata, perché non attiene alla storpiatura, alla semplificazione o al ridimensionamento per motivi di fretta.

Non ne scriverei, visto che si tratta comunque di un gioco culturale e intellettuale più diffuso nella cultura anglosassone piuttosto che in Italia, ma tra le 15 parole c’è “feminist”. Per giustificare l’immissione nella lista la Steinmetz scrive: “Niente contro il femminismo stesso, ma da quando è diventato un must per le celebrità doversi dichiarare sulla questione, come un politico che dichiara un partito? Restiamo ai problemi e usciamo da questa etichetta”.

Quello della cancellazione della parola femminismo, per poi affermare che comunque i problemi ci sono, e che quindi dovremmo ragionarne sì, ma senza avere un nome per dirli, è una vecchia storia, così come il tentativo costante di ricacciare la parolaccia perché indicativa di un ghetto, di un’epoca ormai tramontata, evocativa solo di polvere e di nostalgia. Uno sport davvero globale, a quanto pare.

Le parole sono pietre: non le penso come armi da scagliare ma, al contrario, come strumenti per costruire immaginario che a sua volta è necessario e indispensabile nella pratica. Come potrebbe essere altrimenti?

Per fortuna la non certo vetusta Emma Watson ha smentito questa tendenza omissiva, nel suo discorso di presentazione della campagna Onu contro la violenza sulle donne Heforshe, affermando con grande tranquillità ed equilibrio di essere femminista, e di volersi persino impegnare contro la violenza di genere.

La rivista Ms Magazine si sta muovendo nel mondo dell’attivismo e della comunicazione con una newsletter nella quale chiede di scrivere a Time per aprire una discussione.

“Femminista è una parola importante, scrive Ms. Milioni di donne e uomini di tutto il mondo credono nell’uguaglianza sociale, economica e politica e si identificano nella parola femminista: tra loro anche Taylor Swift , attualmente in copertina di Time . Non importa se la parola fa ‘rabbrividire’, o se le ‘celebrities’ che si autodefiniscono così danno fastidio. Pensiamo che sia giunto il momento che quante più persone possibile parlino di femminismo e di come raggiungere la parità. Se Time è seccato con una parola che riassume la lotta per salvare la vita delle donne, la lotta per l’uguaglianza e la fine della violenza contro le donne, allora c’è qualcosa che non va con Time, e non con la parola femminista”.