“So che la cultura del lavoro dei giorni nostri non garantisce più l’affidabilità del posto di lavoro (…). Ciò che credo, signore, è che le cose belle succedono a coloro che lavorano come dei pazzi, e che le brave persone come lei, che raggiungono la vetta della montagna, non ci sono capitate per caso. Il mio motto è: se vuoi vincere la lotteria, guadagnati i soldi per il biglietto”.

Così parlò il precario, Louis Bloom (Jake Gyllenhaal), uno che non ha alcuna competenza specifica, che studiacchia qualcosa su Internet e, in attesa di meglio, ruba il rame dai cantieri. Ma un ladro non verrà mai assunto, nemmeno da chi gli ha appena comprato il metallo: Louis vuole un impiego, Los Angeles gli concederà un’opportunità?

Basta saperla cogliere, ricacciando indietro la coscienza, ammesso uno ce l’abbia. Provvidenziale è un incidente, dove il nottambulo Lou conosce i cosiddetti sciacalli: reporter freelance che, alla guida di macchine veloci, muniti di scanner per intercettare le frequenze della polizia e videocamere, vanno a caccia di omicidi, incendi e altri disastri da filmare e rivendere alle tv locali.

Ebbene, Lou passa da ladro a giornalista senza cambiare professione, anzi, sporcandosi le mani e, sì, la coscienza come mai prima. Tecnicamente è inesperto, ma impara presto a suon di tutorial, e trova un mentore: la veterana della news Nina (Rene Russo), una 50 enne partita con una telecamerina e arrivata alla direzione della rete, con le rughe e le cicatrici del caso sotto il belletto. Ha la scorza dura, Nina, e il contratto in scadenza: Lou può farglielo confermare, ha la spietatezza giusta, ma che vorrà in cambio?

Signori e signore, se di commedie ne avete – comprensibilmente – gli sbadigli pieni, se Il giovane favoloso l’avete già visto (o non fa per voi), ecco Lo sciacallo – Nightcrawler, il thriller con la testa che mancava da tempo in sala. Già in cartellone all’ultimo festival di Roma, dirige Dan Gilroy, lo sceneggiatore di The Bourne Legacy all’esordio alla regia. Per non sbagliare, gioca in casa: il produttore è il fratello Tony (regista di Michael Clayton, The Bourne Legacy), l’altro fratello John cura il montaggio, Rene Russo è sua moglie.

A questo punto mancava solo il figliodiputtana giusto per dare anima predatoria e corpo famelico a Lou: Jake Gyllenhaal, protagonista di una prova eccellente, buona per la storia del cinema quanto per il DSM, il manuale dei disturbi mentali. Che schifo sia il lavoro oggi è conoscenza diffusa, ma il surplus de Lo sciacallo è mettere il tristo soggetto in una cornice thriller: ecco, questo film è come Due giorni, una notte dei Dardenne, la via crucis della precaria Marion Cotillard, con adrenalina metropolitana, sangue e avidità per bonus.

Davvero niente male, e se avete gradito Drive, se credete che la giungla è sempre d’asfalto e amate i crossover tra Il quinto potere e Il giustiziere della notte vi soddisferà appieno, lasciandovi pure dei residui in zona cerebrale: il fine giustifica i mezzi, ovvero, per assicurarsi lo scoop è lecito manomettere van, omettere il soccorso, occultare informazioni alla polizia ed estorcere sesso?

Piccoli reporter crescono, sfanculando la deontologia, e pensare che i giornalisti italiani sono costretti dall’Ordine a corsi di formazione (e deontologia): peccato, molti di loro rimarranno a spasso, un tipino fino come Lou strapperebbe – almeno – un sontuoso articolo 2 senza colpo etico ferire.

Così è la vita, e se questo Sciacallo dà una nuova e corrosiva mano di vernice al mito del self-made man, procede però a una divaricazione definitiva del sogno americano: l’ happy end del singolo non è più quello della società. In altre parole, mors tua vita mea.

il Fatto Quotidiano, 13 novembre 2014