Ventidue anni fa sostituì i freni di una Fiat 126 in cambio di centomila lire: poche ore dopo la piccola utilitaria salterà in aria in via d’Amelio facendo strage del giudice Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta. C’è anche il meccanico della strage di via d’Amelio tra i diciotto arrestati dell’operazione Zefiro. Si chiama Maurizio Costa ed è l’uomo da cui si recò Gaspare Spatuzza per sistemare i freni della Fiat destinata a diventare un’autobomba. “Dalle dichiarazioni rese da Spatuzza risulta che questi, dovendo procedere tra l’altro alla riparazione dei freni della Fiat 126, incaricò il Costa di eseguire i relativi lavori, sborsando la somma di denaro necessaria per l’acquisto dei materiali, portando il Costa nel magazzino sito in via S 81 ove fu eseguita la riparazione e raccomandando al predetto di tenere la questione chiusa” scrive il gip Lorenzo Matassa nell’ordinanza di custodia cautelare.

“Mi ha chiamato Gaspare, sono andato al magazzino e c’è una 126, e ha voluto, mi ha dato 100mila lire e mi ha fatto sistemare, il fanale, i freni” disse Costa ad Agostino Trombetta, oggi collaboratore di giustizia. Dichiarazioni che portarono i pm della procura di Caltanissetta ad interrogare il meccanico di Brancaccio già nel 2009. “Questo a noi ci rovina, Gasparino è pentito, lo portarono là, a Trombetta, a Scarantino alla Dia” diceva Costa, subito dopo l’interrogatorio davanti ai pm nisseni, che per lui avevano chiesto l’arresto già nel 2012: il gip però non l’aveva concesso, dato che non erano emerse le prove sulla reale consapevolezza del meccanico di Brancaccio, quando aveva accettato di sistemare la Fiat 126 per conto di Spatuzza. Il blitz di oggi, però, racconta una storia diversa: Costa infatti non è un semplice meccanico, ma ha rapporti solidi con diversi uomini d’onore della cosca palermitana.

A Brancaccio il nuovo boss si chiama Natale Bruno, anche lui nell’elenco dei 18 arrestati. “Al tuo buon cuore, attenzione. Non stiamo chiedendo niente. A Pasqua e Natale” era il modo con cui il boss imponeva il racket ad un commerciante che aveva trovato l’attak nei lucchetti della suo negozio. L’inchiesta, condotta dai procuratori aggiunti Leonardo Agueci e Vittorio Teresi e dai sostituti Francesca Mazzocco, Caterina Malagoli ed Ennio Petrigni, ha ricostruito come il clan di Brancaccio avesse instaurato una vera e propria collaborazione con alcuni rapinatori napoletani, chiamati ad mettere a segno diverse rapine in banche palermitane, grazie alle coperture logistiche assicurate da un uomo di fiducia dei boss mafiosi.

Tra le persone arrestate nel blitz c’è anche Gianni Clemente, nome d’arte di Filiberto Palermo, cantante neo melodico e animatore di feste di quartiere molto noto in città. Clemente aveva affiancato alla sua attività di cantante neo melodico, quella di uomo agli ordini dei boss di Brancaccio: non è Belluscone, il film di Franco Maresco, ma poco ci manca.

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