Alcune settimane fa uscì un retroscena su L’Espresso che raccontava di una commissione guidata da Nicola Gratteri che si sarebbe insediata presso la presidenza del Consiglio dei Ministri per lavorare a un progetto di riforma della giustizia. Si raccontava che la commissione intendeva trasformare radicalmente il governo del sistema penitenziario, lasciando che il ruolo di direttore civile andasse a esaurimento e mettendo alla guida delle carceri la polizia. L’allarme che corse tra tutte le persone di tradizione democratica fu immediato, di fronte a uno scenario messo al bando dal diritto internazionale e non smentito da nessuno dopo il servizio de L’Espresso.

Nicola Gratteri

Poco tempo dopo uscì su MicroMega un articolo firmato questa volta direttamente da Gratteri in persona. Vi si confermava l’esistenza della commissione voluta da Matteo Renzi presso Palazzo Chigi – una commissione dei cui lavori poco o niente è dato sapere ai cittadini – e si proponevano alcune ricette volte a risparmiare denaro e a interpretare il senso della pena carceraria. Tra queste, in prima linea Gratteri proponeva il lavoro non retribuito per i detenuti, il quale doveva venir inteso come una terapia cui il reo veniva sottoposto per curarsi dalla propria devianza. MicroMega prendeva apertamente le difese di tali proposte. Con buona pace della Corte Costituzionale, che in passato ha sancito nero su bianco come i detenuti debbano avere le medesime tutele di ogni altro lavoratore, pagando già la loro pena con la reclusione e non dovendo dunque subire afflizioni ulteriori illegittime e fuori dallo Stato di diritto.

Due giorni fa a Roma l’associazione Antigone ha organizzato una grande assemblea pubblica dal titolo “Il governo delle carceri”. Vi hanno preso parte esponenti della magistratura e dell’avvocatura, direttori penitenziari, dirigenti ministeriali, educatori e assistenti sociali, cappellani delle carceri, garanti dei diritti dei detenuti, volontari. Sono venuti da tutte le parti d’Italia per far sentire la loro voce, in un contesto nel quale nessuno aveva chiesto il parere di coloro che il carcere lo portano avanti da quarant’anni. Tutti, dal primo all’ultimo, sono stati concordi nel grido di allarme suscitato dalle idee attribuite dai giornali alla commissione Gratteri o rivendicate apertamente da chi ne è alla guida.

Nel frattempo presso il Ministero della Giustizia si sta lavorando a un’ipotesi di riorganizzazione che va fortunatamente in altra direzione. Trasparenza nella pubblica amministrazione vorrebbe che si sapesse verso quale strada si sta realmente andando. Matteo Renzi non ha ancora pronunciato una parola su questo, nonostante la commissione insediata presso la sua presidenza. Vorremmo sapere cosa ne pensa: smentirà apertamente le conclusioni della commissione Gratteri, pur da lui inizialmente costituita, o avallerà l’idea dei lavori forzati in carcere, schierandosi contro le convenzioni internazionali, la nostra giurisprudenza costituzionale, l’intera cultura giuridica moderna?