Una volta, poco tempo fa, si ascoltavano gli album in streaming su YouTube e che fossero piratati o quelli ufficiali delle band, faceva poca differenza per l’utente. Era così prima delle app Spotify e Deezer. Non è un caso quindi che YouTube si sia lanciato sul mercato della musica in streaming, con il servizio YouTube Music Key. La nuova app di YouTube sarà attivata nelle prime settimane di novembre, e sarà gratuita per sei mesi, poi costerà 7,99 euro per proseguire l’uso in abbonamento. Funziona come i canali delle music tv, si potranno quindi ascoltare video musicali in streaming. Lo ha rivelato un nuovo articolo (paywall) del Financial Times, che pochi mesi fa aveva fatto emergere come questo il servizio, del gigante da 1 miliardo di visitatori mensili, rischiava di schiacciare le etichette indipendenti che erano state messe davanti ad un contratto di YouTube, e che pendeva a favore delle Majors.

youtube music key 675Dopo mesi di trattative, gli indipendenti rappresentati dalla Merlin Network e il colosso di Google hanno trovato un accordo e il servizio partirà ufficialmente, oltre che negli Stati Uniti, anche in Italia, Finlandia, Gran Bretagna, Irlanda, Portogallo e Spagna. I video di Adele, Arctic Monkeys, e Sigur Ros, non spariranno da YouTube come avevano minacciato lo scorso giugno. Robert Kyncl, responsabile del content e business operations di You Tube, ha sottolineato che “alla fine è stato trovato un buon accordo” sul pagamento dei diritti e ha ricordato però che “chi non firmerà i termini del contratto verrà bloccato dalla nuova piattaforma”.

Sulla vicenda, si era espresso il chitarrista dei Radiohead Ed O’Brien, presidente dell’associazione Featured artists coalition, dichiarando che la strategia di YouTube rischiava di creare “un’Internet pensata solo per le superstar e il grande business”. E anche il cantautore inglese Billy Bragg aveva additato il gigante di Mountain View di “usare le maniere forti contro le etichette più piccole per fargli accettare compensi più bassi”.

L’arrivo di Music Key, darà anche l’accesso a Play Music che è l’altro servizio, per l’ascolto della musica in streaming di Google. E questa nuova app si aggiunge allo scenario della “guerra” per lo streaming tra giganti tech, perché oltre al dilagare di Spotify, YouTube deve fare i conti anche con l’avanzata di Apple, che dopo l’acquisto di Beat Music ha coinvolto nel progetto Trent Reznor dei Nine Inch Nails. E poi c’è Pandora. Senza scordarsi che ancora prima, era attiva la startup italiana Steremood.

Per dare un’idea della posta in gioco, secondo la Recording Industry Association of America le piattaforme per ascoltare musica in streaming nel 2013 hanno generato 1,4 miliardi di dollari fra abbonamenti, pubblicità e ricavi da licenze. Se Apple ha speso 3 miliardi di dollari per Beats, e adesso Google con YouTube è entrato a piedi pari nel mercato, significa per prima cosa che Spotify fa impressione anche ai colossi tech e che senz’altro prevedono un notevole ritorno di investimento dal grande affare della musica in streaming. Per ipotesi, se Music Key aprisse la strada a un servizio di film in streaming di YouTube per fare concorrenza a Netflix?

C’è un altro fronte, inoltre, che è quello della battaglia tra piattaforme e le case discografiche. Con un lungo post sul blog, dal titolo 2 miliardi alle case discografiche, Spotify ha rilanciato contro la decisione della pop-start Taylor Swift, che ha eliminato gli album dalla piattaforma per un dissidio sui diritti. “Taylor Swift così rinuncia a 6 milioni di dollari di introiti, questo è quanto genera il suo catalogo su Spotify” scrive Daniel Ek, Ceo di Spotify. E aggiunge: “Abbiamo fondato Spotify perché amiamo la musica e perché la pirateria la stava uccidendo”. “Quanto paga la pirateria? Zero”, dice Ek, e questo è il principio che sta alla base delle piattaforme dello streaming, che guadagnano dalla pubblicità o dagli abbonamenti.

Solo Spotify conta 50 milioni di utenti, secondo i dati di settembre, e 12,5 in abbonamento. Qualche giorno del post di Spotify, il 7 novembre, Bono, il cantante degli U2 – che su iTunes hanno regalato l’ultimo album (piaccia o no) – aveva spiegato che “Spotify paga le etichette con il 70% dei profitti”, e che “le case discografiche dovrebbero essere più trasparenti” su questo aspetto, verso chi ascolta la loro musica. Perché tutti infondo sanno bene che appena dietro l’angolo c’è sempre l’alternativa del buon “vecchio” file torrent.