“Sul palcoscenico di via Fani c’erano i nostri servizi segreti e quelli di altri Paesi stranieri interessati a creare caos in Italia, l’uccisione di Aldo Moro non fu un omicidio legato soltanto alle Brigate Rosse”. Cia, Mossad e Kgb, un’unica trama per timore che il “compromesso storico” sostenuto con convinzione dal presidente Dc potesse rompere gli equilibri tra est ed ovest. Parola del procuratore generale presso la corte d’appello di Roma, Luigi Ciampoli, ascoltato ieri dalla nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro che in questi giorni muove i primi passi. Non si poteva immaginare esordio più eclatante, Ciampoli ha anche chiesto l’apertura di “un procedimento formale”a carico di Steve Pieczenik, all’epoca funzionario del Dipartimento di Stato Usa, per “concorso nell’omicidio del presidente Dc”.  L”americano’, nei 53 giorni del sequestro Moro, sedeva al tavolo del Comitato di crisi come inviato informale degli Usa, ma era di fatto il consulente del ministro dell’Interno Francesco Cossiga.

Moro via Fani 675

Le affermazioni del più importante magistrato di Roma sembrano destinate a riscrivere molte pagine dell’attentato più grave del secolo scorso concluso il 9 maggio 1978 con il ritrovamento in via Caetani del corpo dello statista assassinato dalle Brigate rosse. O almeno così finora cinque processi e cinque commissioni parlamentari avevano certificato. A maggio Ciampoli aveva avocato l’inchiesta sugli ultimi sviluppi del caso Moro, in particolare un’indagine che aveva preso le mosse da una lettera anonima in cui si affermava che, a bordo della moto Honda avvistata all’angolo con via Stresa, c’erano due agenti del Sismi. “Sono trascorsi 36 anni, i morti come si sa non parlano, e ho dovuto chiedere l’archiviazione”, ha dichiarato a il Fatto Quotidiano che di fatto ha riaperto il caso Pieczenik con un’intervista in cui lo stesso confermava che il Sismi  in via Fani c’era, eccome.

Psichiatra, esperto di terrorismo, nella sua inquietante ambiguità di  ‘commissario straordinario’ viene ora indicato come colui che venne in Italia al solo fine di far uccidere Moro. Dopo aver  rivisto l’intervista concessa a Minoli per Rai Storia Ciampoli dice: “La sua autoreferenzialità era esasperata, schizofrenica, a Minoli disse che Moro doveva morire, ha fatto in modo che le Brigate rosse si convincessero, maturassero o rafforzassero l’idea di ucciderlo”. Qualcuno ancora vivo però c’è, ad esempio l’ispettore Enrico Rossi, di stanza alla digos di Torino fino allo scorso anno, che era riuscito a identificare l’uomo che guidava la moto, prima che gli atti trasferiti da Torino a Roma, si arenassero.

L’uomo con il mitra in mano per Rossi aveva un’identità: Antonio Fissore, originario di Cuneo, morto a Firenze nell’agosto 2012 a 67 anni per infarto. Nella cantina della ex moglie separata erano state sequestrate due pistole, l’edizione straordinaria di Repubblica del 17 marzo 1978, e una lettera di Franco Mazzola, sottosegretario ai servizi durante il caso Moro, depositario di molti segreti.

Sospetti, suggestioni che hanno indotto Ciampoli a una rilettura di molte vicende, alcune note e sottovalutate, altre frutto delle indagini condotte nel corso dell’estate con il contributo dell’aggiunto Otello Lupacchini e di altri magistrati come Imposimato e Marini che a lungo si sono occupati del caso Moro. Con lui riprende quota la pista internazionale che si sarebbe inserita nell’operazione condotta dalle Brigate rosse per pilotarne l’esito finale.

“I brigatisti non erano nove e neppure 12, ma almeno 25 o 26, e quelli che hanno sparato avevano un’elevata preparazione militare, le armi usate erano in dotazione a forze non convenzionali”. Affermazione grave, dedotta dai bossoli ritrovati a terra: dei 96 colpi sparati, sul campo ne furono raccolti 48, di questi 34 non erano numerati come quelli in uso ad apparati Nato. La scoperta risale al 1979,  la riferì il pm Antonio Marini, nessuno capì, almeno fino al 1990 quando grazie ad Andreotti il superservizio segreto assunse i connotati dell’organizzazione clandestina Gladio. Ed ecco che sulla scena di via Fani prende corpo la figura del colonnello Camillo Guglielmi, che interrogato dal presidente Santiapichi affermò di essersi trovato in via Fani per un invito a colazione di un generale chelo smentì. Chi era Gugliemi? Un ufficiale del Sismi, in servizio presso la base Nato di Capo Marrargiu in Sardegna con il precipuo compito di addestrare i gladiatori civili e militari in operazione di “sbarco e assalto”.

“Se fosse ancora vivo avrei chiesto che fosse indagato per concorso in strage”, dice Ciampoli. Non era lì per prelevare la borsa di Moro, come ipotizzò il regista Ferrara. Pezzi di un puzzle immaginario entrano in un’inchiesta ufficiale. Al maresciallo Leonardi spararono da destra, ma a destra i brigatisti non c’erano e a Morucci s’inceppò il mitra. Ciampoli ha riascoltato il br Raimondo Etro, ma anche il regista Renzo Martinelli del film Piazza delle cinque Lune. Racconta Ciampoli: “Mentre girava quel film Martinelli fu convocato da Gelli a villa Wanda. Il capo della P2 voleva scoprire cosa avesse scoperto, il regista gli chiese se poteva aiutarlo. Ma lui rispose: per scoprire la verità devono passare 100  anni”. Ne sono passati soltanto 36.