salviniNon sempre si può scegliere di occuparsi di cose interessanti, né piacevoli, né particolarmente intelligenti, ed eccoci dunque a parlare di Matteo Salvini. Divenuto per disperazione leader di un partito famoso per essersi comprato le lauree a Tirana e le mutande verdi coi soldi pubblici, bisogna riconoscergli una certa abilità nel riposizionamento, come quei giocatori che fanno gran movimento in campo pur senza toccare palla.
Così, nel giro di qualche mese, Salvini è passato da uomo che cantava (imperdibile su Youtube) le canzoncine da stadio sui napoletani “colerosi e disoccupati” ad alfiere dei deboli contro i più deboli, anche al Sud, che considera un nuovo, insperato bacino di consensi.

Un’antica barzelletta, opportunamente riadattata, descrive molto bene l’attività di Matteo Salvini: ci sono venti panini sul tavolo, i ricchi ne mangiano diciannove e lui urla ai poveri: ehi, attenti! I rom stanno mangiando il vostro panino! Antichissima pratica di far scornare i penultimi con gli ultimi, stando ben attenti a essere i primi della fila. A supportare il giovane felpovestito Salvini ci sono alcune falangi di gentiluomini nostalgici di quando i treni arrivavano in orario, esperti di croci celtiche e scritte runiche, gente che, a giudicare dai commenti sui social network,
avrebbero in mente per i Rom (e per molti altri) soluzioni finali piuttosto sbrigative.
Ma di questi arditi non fa conto parlare: essi si trovano sempre nelle liste elettorali tra la voce “altri” con percentuali espresse in milligrammi. Restano dunque due cose: Salvini e la paura. E siccome le paure sono come le ciliegie, che una tira l’altra, il leader leghista ha gioco facile: dal virus Ebola alle spese dei salvataggi in mare dei migranti disperati, dalle case popolari ai mitici sussidi che fanno di ogni immigrato un milionario a spese dei poveri italiani, basta inventarsi delle leggende metropolitane e il gioco è fatto.Il recente innamoramento – chissà quanto gratuito, anche se il rublo non vale poi granché – per un campione di democrazia come Vladimir Putin completa il quadro dei nonsense. Abbiamo dunque una forza razzista del Nord che corteggia gli elettori del Sud, ammiratrice di un regime centralista e “imperiale” pur restando (articolo uno dello statuto della Lega Nord, leggere per credere) ufficialmente secessionista.Dicono i bene informati che Salvini cresce nei sondaggi della credibilità personale, nel qual caso ci sarebbe da indagare su chi ha sciolto l’acido negli acquedotti. Ma il fatto che cerchi a ogni passo la provocazione e lo scontro per poi atteggiarsi a vittima è certo e conclamato. Dall’altra parte – dalla parte numerosissima dei non-Salvini – può contare su una strana acquiescenza: appena una delle sue provocazioni viene accettata e non ignorata come si dovrebbe, ecco tutti tirare in ballo Voltaire e quella bella frase sul rispetto delle opinioni (che Voltaire, tra l’altro, pare non abbia mai detto, ma che importa).Insomma, di Salvini non si butta via niente: spauracchio parafascista per compattare le forze democratiche (vedi? Salvini se ne approfitta!, Salvini strumentalizza!), oppure manganello per condannare chi gli risponde sul suo stesso terreno (Aiuto! L’eversione! Gli anni di piombo!). Insomma, Salvini sa che nel Paese esiste una componente fascistoide più o meno latente che aumenta a seconda di come la si stimola. Restare a guardarlo come si fece con i suoi predecessori della Lega, folcloristici ladri di polli, potrebbe essere un errore.

Il Fatto Quotidiano, 12 novembre 2014