Lunedì 10 novembre la All Pakistan Private Schools Federation (Appsf) ha indetto e osservato il primo “I am not Malala day“, giorno di protesta contro Malala Yousafzai, la 17enne premio Nobel per la Pace 2014 sopravvissuta a un attentato dei Taliban pakistani e simbolo della lotta contro la radicalizzazione dell’Islam nel mondo. Yousafzai, figlia di un preside, sin dall’inizio della sua precoce carriera di attivista, in Pakistan è stata e oggi più che mai è una personalità percepita come controversa. Da un lato, i musulmani moderati, i progressisti e gli intellettuali, la considerano un esempio di coraggio e tenacia, nella sua opera di portavoce della condizione discriminante che le ragazze pakistane, in diverse parti del paese, subiscono nella vita quotidiana: sistematiche limitazioni della libertà personale portate dalla progressiva estremizzazione dell’Islam in Pakistan. Dall’altro, le frange estremiste e conservatrici del Paese dei Puri la accusano di “intelligenza col nemico“, di essere diventata uno strumento politico nelle mani delle potenze occidentali, decise ad attaccare la tradizione e l’indipendenza del Pakistan islamico.

Difficile valutare l’ampiezza effettiva dell’iniziativa promossa da Appsf, organizzazione che – a seconda delle fonti – vanta il controllo di un numero di scuole private che oscilla tra le 40mila e le 150mila unità. Si tratta, come ha precisato il giornalista pakistano Raza Rumi su Twitter, di istituti tecnicamente laici, non direttamente legati a nessun mullah o alla rete di scuole coraniche (madrasa) che, di fronte ai continui tagli all’istruzione operati dagli ultimi governi di Islamabad, sta sempre più prendendo piede nelle zone rurali del paese.

Appsf ha giustificato la creazione dell’I am not Malala day accusando Yousafzai di simpatie nei confronti di Salman Rushdie e Taslima Nasreen. Rushdie, acclamato scrittore indiano autore di best seller come I figli della Mezzanotte e I Versi Satanici, nel 1989 fu oggetto di una fatwa – letteralmente, un’opinione non vincolante espressa da un dotto della sharia, la legge islamica – estesa dall’Ayatollah Khamenei, che bollando I Versi Satanici come opera mistificatoria e offensiva nei confronti dell’Islam e del profeta Maometto, mise una taglia sulla testa dell’autore, costretto a vivere sotto copertura tra Europa e Stati Uniti per oltre 1000 giorni. Nasreen, scrittrice bangladeshi atea e femminista, ha subìto la censura governativa di diverse sue opere – in particolare Lajja, in cui descrive le persecuzioni subite dalla minoranza hindu in Bangladesh. Per i contenuti espressi nei suoi libri, nel 2002 Nasreen è stata condannata da una corte bangladeshi a un anno di detenzione, colpevole di blasfemia. Dagli inizi degli anni 2000 vive in esilio volontario tra India ed Europa.

Il fil rouge che legherebbe Rushdie, Nasreen e Yousafzai, secondo Affps, sarebbe riscontrabile in I am Malala: The Story of the Girl Who Stood Up for Education and was Shot by the Taliban, libro scritto da Yousafzai assieme alla giornalista inglese Christina Lamb. Nell’autobiografia dell’attivista ci sono alcune dichiarazioni del padre di Malala circa la censura subìta da I Versi Satanici, dove si accusa i musulmani conservatori di aver esecrato il libro di Rushdie senza nemmeno leggerlo. Ma per quanto riguarda Nasreen, non v’è menzione di alcuna sua opera o riferimento alla scrittrice bangladeshi. Come chiarito da Nasreen stessa su Twitter, le due non si conoscono nemmeno: “Malala ha un legame con me? L’ho vista una volta. Ha preso il premio Sakharov, ha fatto un discorso, ha fatto le foto di rito e se n’è andata”.

La stessa Affps, nel 2013, aveva bandito l’autobiografia di Malala da tutte le scuole della federazione, accusando Yousafzai di non rappresentare il Pakistan, bensì “l’Occidente”. 2Yousafzai era un modello per i ragazzi, ma con questo libro la sua posizione si è fatta controversa. Attraverso il libro, è diventata uno strumento nelle mani dei poteri occidentali”, ha dichiarato Kashif Mirza, presidente di Affps, al Washington Post. La posizione di Mirza non è per nulla isolata nel paese. Malala sconta in Pakistan una vicinanza eccessiva ad ambienti occidentali considerati anti-islamici: dagli articoli della stampa straniera alle dichiarazioni di intellettuali, anche pakistani, le critiche mosse ad alcuni aspetti estremizzati dell’Islam vengono recepite dalla fetta più conservatrice del paese come attacchi frontali alla religione musulmana tout court. Incomprensioni – ora involontarie, ora eterodirette – che contribuiscono ad alimentare la perenne instabilità del paese, apparentemente ancora incapace di trovare un equilibrio tra la vocazione laica dei musulmani moderati e le spinte estremiste provenienti dagli ambienti più radicali dell’Islam.

di Matteo Miavaldi