Cara Carlotta, oggi la zia vuole raccontarti una storia, anzi due. Non sono molto allegre, piccola mia, ma è importante che tu le conosca perché ti aiuteranno a capire meglio il significato profondo di una parola molto bella: giustizia.

Tutto accadde cinque anni fa, nel 2009, in due luoghi differenti: L’Aquila e Roma.

L’Aquila era una bella città, piena di palazzi e monumenti storici, di chiese meravigliose e piazze assolate. Purtroppo la terra sulla quale sorgeva tremava spesso per via di un fenomeno naturale che si chiama: terremoto. Nessuno sa quando il terremoto arriva, perciò tutti gli abitanti devono sempre stare attenti e pronti ad uscire dalle loro case appena sentono la terra muoversi sotto i piedi, per evitare che i muri gli crollino addosso. Quell’anno accadde una cosa strana. Erano ormai mesi che a L’Aquila la terra tremava piano, piano. Gli abitanti, dopo le prime piccole scosse, cominciarono a preoccuparsi e a chiedere consiglio ad un gruppo di grandi scienziati, che avevano il compito di stabilire se la bella città de L’Aquila fosse in pericolo. Questi, dopo essersi riuniti in gran consiglio, rassicurarono subito tutti sui rischi. Il parere di questi scienziati era talmente importante e loro erano talmente tanto esperti, che nessuno ebbe il minimo dubbio.

Una notte di aprile però, mentre tutti dormivano nei loro letti caldi, la terra tremò forte in quella bella città, forte come non mai. I palazzi, le case e le chiese belle si sbriciolarono come quando, mentre stai facendo colazione, ti cadono a terra i biscottini e si riducono in tanti piccoli pezzi. I muri crollarono sugli abitanti che dormivano sereni e nessuno fu in grado di far nulla: non ci fu tempo per salvarsi. La bella città divenne brutta e triste. Più nessuno passeggiava per quelle strade piene di macerie.

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Il gruppo di scienziati esperti si era dunque sbagliato. I pochi abitanti rimasti vivi chiesero “Giustizia” e cioè, piccola Carlotta, volevano che queste persone venissero punite per non aver garantito la sicurezza della città, nonostante sapessero che la terra de L’Aquila tremava già prima di quella notte di aprile. Gli scienziati vennero processati, ma venne stabilito che nessuno di loro aveva colpa, perché non si poteva mica prevedere il terremoto! Prevedere no, ma tenere conto di tutte quelle piccole scosse precedenti e informare meglio gli abitanti sui rischi, questo sì. Ecco perché, piccola mia, qui non c’è stata giustizia per i poveri abitanti de L’Aquila, che non sapranno mai chi dovrà pagare per questa brutta cosa.

A Roma, invece, un ragazzo venne arrestato dai carabinieri mentre consegnava delle bustine di plastica ad un uomo, che lo pagò con una banconota. Non era un ragazzo cattivo, ma si drogava. La droga, piccola mia, è una cosa molto pericolosa che può fare molto male, ma le persone che ne fanno uso possono essere aiutate a smettere di farlo. Purtroppo esistono persone che non solo la usano, ma la vendono anche e questa cosa è un reato. Così questo giovane venne fermato e portato in carcere, dove venne picchiato selvaggiamente. Venne processato e poi, viste le sue brutte condizioni di salute, fu portato in ospedale. Il babbo, la mamma e la sorella chiesero di poter vedere il ragazzo, ma i dottori non lo permisero e nessuno seppe nulla del giovane finché, un giorno, qualcuno bussò alla porta della sua famiglia e disse loro che era morto. Sì, Carlottina, il ragazzo che vendeva le bustine di plastica a quell’uomo è morto senza che i suoi potessero vederlo o salutarlo.

La sorella non si diede pace e iniziò a combattere come una vera principessa guerriera per ottenere “Giustizia”, perché voleva sapere cosa era accaduto a suo fratello e perché il suo corpo era pieno di lividi e di segni brutti, come quando si va a sbattere tante volte contro uno spigolo. Lei sapeva che non era stato uno spigolo a ridurlo così, ma i pugni e i calci di quegli uomini cattivi. Vennero fatti due processi e alla fine, anche questa volta, si stabilì che nessuno aveva colpa o meglio, che qualcosa era successo, ma che non si riuscivano a trovare i veri colpevoli. Anche qui, bimba mia, nessuno che paghi per questa brutta cosa.

Piccola Carlotta, mi dispiace di non avere un lieto fine per queste storie. Vorrei poterti dire che non è realtà, che mi sono inventata tutto. Vorrei poterti proteggere da tutto questo. Ma, forse, il modo migliore per farlo è proprio quello di raccontarti della bella città de L’Aquila, di Stefano e della giustizia che un giorno qualunque li ha abbandonati.